Stiglitz: “Italexit? Se Roma esce è una tragedia per Ue, se resta è tragedia in Italia. Berlino si svegli”

“E’ l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese. Ma, d’altra parte, l’Italia deve stare con gli occhi aperti…”. Shock. Qui non è Luigi Di Maio che parla o Matteo Salvini o qualche sovranista arrabbiato con l’Unione Europea. Questo è il ragionamento che fa il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz. Lo incontriamo di primo mattino a Bruxelles, prima della presentazione del suo libro ‘Rewriting the rules of the European Economy’, scritto con la collaborazione di altri economisti e soprattutto con la Feps, la Fondazione per gli studi europei vicina ai socialisti. Come sempre, Stiglitz esce dal selciato praticato dai politici, benché stavolta ci sia proprio vicino: in mattinata presenta il libro con il Commissario europeo per gli Affari Economici Pierre Moscovici. Ma il premio Nobel, che l’anno scorso consigliò all’Italia addirittura di uscire dalla zona euro, continua a sorprendere. “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia…”, dice Stiglitz, libero com’è dalle appartenenze. Ossigeno.

E allora, gli parliamo del memorandum che il governo Conte sta per firmare con Pechino tra le polemiche partite da Washington e rimbalzate nelle Cancellerie europee. Stiglitz parte dalle prime ricette di austerity applicate alla Grecia nel 2010: “Alla Grecia furono promessi fondi e crescita. Non sono arrivati né gli uni, né gli altri. Quindi, siccome l’Europa non mette in campo fondi per crescere, un paese che è in stagnazione, recessione, depressione che deve fare? E’ l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese. Ma, d’altra parte, l’Italia deve stare con gli occhi aperti, individuare i rischi di una trattativa coi cinesi. Alle spalle abbiamo già degli esempi drammatici: lo Sri Lanka e la Malaysia, dove l’aiuto cinese diede luogo a fenomeni di profonda corruzione. Ecco, speriamo che l’Italia abbia imparato da queste lezioni e concordi per bene con Pechino i termini di tutto l’accordo. Roma deve trattare con attenzione”.

A pochi mesi dalle europee, Stiglitz sforna questo testo che chiede all’Europa di darsi una mossa, di riformare l’eurozona, di farlo “interpretando i trattati, capisco che è complicato cambiarli – dice – ma si possono interpretare diversamente, è possibile”. Anche perché l’Ue è fuori tempo massimo. Si prenda il caso dell’Italexit. Sì, perché Stiglitz non lo considera escluso: per lui è ancora un caso, seppure ipotetico. L’anno scorso aveva suggerito all’Italia di lasciare l’eurozona, oggi resta della stessa idea se le cose non dovessero cambiare nell’Unione.

Anche qui, il Nobel parte dal caso greco. “L’Europa – dice – non vive una condizione molto differente dal 2015, quando si parlava di Grexit. Ma la Grecia è un piccolo paese, se avesse lasciato l’Europa ci sarebbe stato dello scontento, ma l’Ue avrebbe potuto gestire l’addio di Atene. Non è successo. Ma il punto è che questo problema è stato sottovalutato. E se sottovaluti i problemi, si ripresentano come un cancro. E’ ciò che stiamo vedendo in Italia oggi. Un’Italexit scuoterebbe l’Ue alle fondamenta. Per questo, ora la domanda è: quando l’Europa e in modo particolare la Germania si sveglieranno e si renderanno conto che hanno davanti una questione esistenziale per l’Eurozona e per l’Ue?”.

Quando? “Molto dipende dagli eventi economici e dall’emergere di determinati politici”, da Donald Trump al governo populista in Italia. L’americano Stiglitz torna indietro al 2012 quando scrisse il libro ‘Il prezzo della disuguaglianza’. “Allora scrissi che se l’America non fa niente per risolvere le disuguaglianze, spunteranno dei demagoghi e ne approfitteranno. Certo, non ho anticipato l’avvento di un politico così negativo come Trump – ride – ma che sarebbero arrivati dei demagoghi era prevedibile”. L’Europa è in tempo per salvarsi? “Se l’Italia lasciasse l’Ue, provocherebbe una tragedia. Ma se l’Italia resta nell’Ue con le attuali regole allora la tragedia avviene in casa: in Italia, recessione. Quindi, la mia speranza è che il resto d’Europa e in particolare la Germania si sveglino e dicano: ‘Lo vediamo dove va questo treno e vogliamo fermarlo'”.

E’ urgente, perché il treno corre a velocità folle verso il precipizio. “L’euro – continua Stiglitz – è nato come un’ideologia fondata su una dimensione puramente economica, sui tassi di interesse. Ma fare in modo che ci sia anche della solidarietà dentro, significa assicurarsi che l’euro funzioni. Ed è questa la mia critica: è necessario andare oltre l’auspicio che l’euro funzioni, devi creare le istituzioni per fare in modo che funzioni. C’è stata troppa fiducia nel fatto che la semplice esistenza di una moneta unica avrebbe funzionato. Ecco non ha funzionato. E questo ha portato la gente ad allontanarsi invece che convergere”.

Si veda la Brexit, argomento del consiglio europeo che inizia oggi a Bruxelles, tema ancora intrappolato in nodi che nessun sembra saper sciogliere. “La Brexit è lo specchio dei fallimenti dell’Europa e dell’Eurozona – dice Stiglitz – Se ci fosse stata prosperità nell’Eurozona, l’entusiasmo di essere parte di questo club sarebbe stato maggiore”. Ma ora che si fa? “La cosa che mi colpisce di più – risponde il Nobel – è che all’epoca del referendum la questione irlandese era assente dal dibattito pubblico. Basti questo per rendere obbligatoria la via di un nuovo referendum. Non c’è niente di male. Nel frattempo la gente ha imparato a conoscere la complessità del problema. E’ come quando fai ricerca: parti dal problema A, poi ti accorgi che invece il problema è B e devi riconsiderare tutto. Ora penso che i britannici si siano resi conto che con la Brexit non gli arrivano i soldi che erano stati promessi: la propaganda dei Brexiteers prometteva denaro che sarebbe tornato al welfare britannico, il che è una bugia e si è capito. Quando ci rendiamo conto che le decisioni prese non stanno più in piedi, vale la pena riordinare le idee. Ecco perchè andrebbe indetto un nuovo referedum sulla Brexit”.

Parola di Stiglitz, sempre più convinto delle storture di questa globalizzazione, modello cui si è arrivati da “Reagan in poi” a partire dagli Usa, modello che, “dopo 40 anni si può dire: è fallito”, dice il premio Nobel, carico di consigli per un’Europa più sociale a due mesi dalle europee. “L’euro funziona solo se i paesi che lo usano sono simili. Ma in Europa non è così, ci sono regimi fiscali che si fanno la concorrenza all’interno della stessa Ue, i paesi si sono allontanati invece che avvicinarsi ed è successo proprio per colpa delle regole dell’euro. Vanno cambiate”.

Fonte: Huffington Post Articolo di A. Mauro del 21 marzo 2019 (qui)

Annunci

Vladimir Bukovskij, ex dissidente sovietico: l’Unione Europea, come l’Unione Sovietica, non può essere democratizzata.

L’Unione Europea come l’Unione Sovietica? Molto si sa delle radici della UE, nella geo-strategia americana e nel revanscismo ordo-liberale delle élite euro-atlantiche – si veda l’ottimo blog del giurista Luciano Barra Caracciolo a questo proposito. Meno evidente è la terza, tardiva radice del progetto, che affonda nell’eredità dei partiti socialdemocratici e comunisti europei che sul volgere degli anni 80, dopo anni di opposizione, timorosi di fronte alle arrembanti politiche neo-liberiste della Thatcher e al declino dell’impero sovietico, con la benedizione di Gorbaciov saltarono sul carro europeista dei vincitori, nell’illusione di dirottarlo verso posizioni socialdemocratiche e di salvarsi politicamente la vita. Ne parla (in un intervento del 2006 ancora attualissimo) l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukovskij in questo discorso tenuto a Bruxelles, in cui – con preoccupanti parallelismi con l’URSS – evidenzia come questa terza corrente abbia portato con sé un carico ideologico, funzionale alle altre correnti del progetto, che ha riprodotto nelle istituzioni della UE, e che rischia di trasformare quella che è “soltanto” una efficiente macchina di distruzione di ricchezza e diritti in uno stato totalitario simile all’URSS. Anche per Bukovskij la UE non è riformabile e può solo essere abbattuta: quanto prima, tanto meglio.

Fonte: vocidallestero.it di Paul Belien, 27 febbraio 2006

Vladimir Bukovskij, già dissidente sovietico, che oggi ha 63 anni, teme che l’Unione Europea stia per diventare un’altra Unione Sovietica. In un discorso pronunciato a Bruxelles la scorsa settimana, il Bukovskij ha definito l’Unione Europea un “mostro” che deve essere distrutto, quanto prima tanto meglio, prima che diventi uno stato totalitario a tutti gli effetti.

Vladimir Bukovskij ha fatto visita al Parlamento europeo giovedì, su invito di Fidesz, l’Unione Civica Ungherese. Fidesz, membro del gruppo europeo cristiano-democratico, aveva invitato l’ex dissidente sovietico dall’Inghilterra, dove vive, in occasione del 50° anniversario della Rivoluzione Ungherese del 1956. Dopo il suo incontro mattutino con gli Ungheresi, Bukovskij nel pomeriggio ha tenuto un discorso in un ristorante polacco in Trier straat, di fronte al Parlamento europeo, dove ha parlato su invito dell’UKIP, di cui è uno sponsor.

Nel suo discorso, Bukovskij ha fatto riferimento a documenti riservati conservati negli archivi segreti sovietici, che ha avuto il permesso di leggere nel 1992. Questi documenti confermano l’esistenza di una “cospirazione” per trasformare l’Unione europea in un’organizzazione socialista. Ho partecipato all’incontro e ho registrato il discorso. Se ne può trovare una trascrizione, assieme al frammento audio (circa 15 minuti), qua sotto. Ho avuto anche una breve intervista con il signor Bukovskij (4 minuti), la cui trascrizione e un frammento audio si possono trovare qua sotto. L’intervista sull’Unione Europea ha dovuto essere interrotta perché Vladimir Bukovskij aveva altri impegni, ma mi ha riportato alla mente alcuni ricordi, poiché avevo già intervistato Vladimir Bukovskij venti anni fa, nel 1986, quando l’Unione Sovietica, il primo mostro che ha combattuto con forza, era ancora viva e in forze.

Vladimir Bukovskij è stato uno degli eroi del ventesimo secolo. Da giovane ha rivelato l’impiego della detenzione psichiatrica contro i prigionieri politici nell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (1917-1991) e ha trascorso un totale di dodici anni (1964-1976), dall’età di 22 fino a 34 anni, nelle carceri sovietiche, nei campi di lavoro e nelle istituzioni psichiatriche. Nel 1976 i sovietici lo espulsero in Occidente. Nel 1992 è stato invitato dal governo russo a servire da testimone esperto nel processo condotto per determinare se il Partito Comunista Sovietico fosse stato un’istituzione criminale. Per preparare la sua testimonianza, a Bukovskij è stato concesso l’accesso a un gran numero di documenti degli archivi segreti sovietici. È una delle poche persone che abbiano mai visto questi documenti, perché sono ancora classificati. Utilizzando un piccolo palmare e un computer portatile, tuttavia, è riuscito a copiare molti documenti (alcuni con elevata sicurezza), inclusi i rapporti KGB al governo sovietico.

Intervista a Vladimir Bukovskij

(versione audio in inglese)

Paul Belien: Sei stato un dissidente sovietico molto famoso e ora stai tracciando un parallelo tra l’Unione Europea e l’Unione Sovietica. Puoi chiarire?

Vladimir Bukovskij: Mi riferisco alle strutture, a determinate ideologie che vengono instillate, ai piani, alla direzione, all’inevitabile espansione, all’annullamento delle nazioni, che era lo scopo dell’Unione Sovietica. La maggior parte delle persone non lo capisce. Non lo sanno, ma noi lo sappiamo perché siamo cresciuti nell’Unione Sovietica, dove abbiamo dovuto studiare l’ideologia sovietica a scuola e all’università. Lo scopo ultimo dell’Unione Sovietica era quello di creare una nuova entità storica, il popolo sovietico, in tutto il mondo. Lo stesso vale per l’UE oggi. Stanno cercando di creare un nuovo popolo. Chiamano questo popolo “europei”, qualunque cosa questo significhi.

Secondo la dottrina comunista e per molte forme di pensiero socialista, si suppone che lo Stato, lo Stato nazionale, debba esaurirsi. In Russia, tuttavia, è accaduto il contrario. Invece di esaurirsi, lo Stato sovietico è diventato molto potente, ma le nazionalità sono state cancellate. Ma quando è arrivato il tempo del crollo sovietico, questi sentimenti soppressi di identità nazionale si sono riaccesi e hanno quasi distrutto il paese. È stato così spaventoso.

PB: Pensi che la stessa cosa possa succedere quando l’Unione Europea crollerà?

VB: Assolutamente, puoi premere una molla fino a un certo punto, e la psiche umana è molto resistente, sai. Puoi premere, puoi premere, ma non dimenticare che sta ancora accumulando il potere di rimbalzare. È come una molla, che quando viene rilasciata si spinge oltre la sua lunghezza.

PB: Ma tutti questi paesi che hanno aderito all’Unione Europea lo hanno fatto volontariamente.

VB: No, non lo hanno fatto volontariamente. Guarda la Danimarca che ha votato due volte contro il trattato di Maastricht. Guarda l’Irlanda [che ha votato contro il trattato di Nizza]. Guarda molti altri paesi, sono sottoposti ad una pressione enorme. È quasi un ricatto. La Svizzera è stata costretta a votare cinque volte in un referendum. Tutte e cinque le volte ha rifiutato, ma chissà cosa succederà la sesta volta, la settima volta. È sempre la stessa cosa. È un trucco per gli idioti. Le persone devono votare nei referendum finché non votano nel modo che si vuole che votino. Quindi devono smettere di votare. Perché fermarsi? Continuiamo a votare. L’Unione Europea è ciò che gli americani chiamerebbero “un matrimonio col fucile puntato”.

PB: Che cosa pensi che i giovani debbano fare per l’Unione Europea? Su cosa devono insistere, democratizzare l’istituzione o solo abolirla?

VB: Penso che l’Unione Europea, come l’Unione Sovietica, non possa essere democratizzata. Gorbaciov ha cercato di democratizzarla ed è esplosa. Questo genere di strutture non può essere democratizzato.

PB: Ma abbiamo un Parlamento europeo che viene scelto dal popolo.

VB: Il Parlamento europeo è eletto sulla base della rappresentazione proporzionale, che non è una vera rappresentanza. E su cosa vota? Sulla percentuale di grasso nello yogurt, quel genere di cose. È ridicolo. Gli è stato assegnato il compito del Soviet Supremo. Il parlamentare medio può parlare per sei minuti all’anno nella Camera. Non è un vero parlamento.

Trascrizione del discorso di Vladimir Bukovskij a Bruxelles

(versione audio in inglese)

Nel 1992 ho avuto un accesso senza precedenti ai documenti del Politburo e del Comitato Centrale, documenti che sono stati classificati per 30 anni, e lo sono ancora oggi. Questi documenti dimostrano molto chiaramente che l’idea di trasformare il mercato comune europeo in uno stato federale è stata concordata tra i partiti di sinistra dell’Europa e Mosca come un progetto congiunto che [il leader sovietico Mikhail] Gorbaciov nel 1988-89 chiamò la nostra “casa comune europea”.

L’idea era molto semplice. È emersa per la prima volta nel 1985-86, quando i comunisti italiani visitarono Gorbaciov, seguiti dai socialdemocratici tedeschi. Tutti loro si lamentarono che i cambiamenti nel mondo, in particolare dopo che [il primo ministro britannico Margaret] Thatcher introdusse la privatizzazione e la liberalizzazione economica, stessero minacciando di eliminare le conquiste (come le definivano) di generazioni di socialisti e socialdemocratici, minacciando di annullarle completamente. Quindi l’unico modo per resistere a questo attacco del capitalismo selvaggio (come lo definivano) era cercare di introdurre contemporaneamente gli stessi obiettivi socialisti in tutti i paesi. Precedentemente, i partiti di sinistra e l’Unione Sovietica si erano molto opposti all’integrazione europea, perché la percepivano come un mezzo per bloccare i loro obiettivi socialisti. Dal 1985 in poi hanno completamente cambiato idea. I Sovietici giunsero a un accordo con i partiti di sinistra e alla conclusione che se avessero lavorato insieme, avrebbero potuto dirottare l’intero progetto europeo e ribaltarlo. Invece che in un mercato aperto, lo avrebbero trasformato in uno stato federale.

Secondo i documenti [segreti sovietici], il 1985-86 è il punto di svolta. Ho pubblicato la maggior parte di questi documenti. Potete trovarli anche su Internet. Ma le conversazioni che hanno avuto aprono veramente gli occhi. Per la prima volta si capisce che c’è una cospirazione – abbastanza comprensibile per loro, perché cercavano di salvarsi politicamente la pelle. A Est, i sovietici avevano bisogno di un cambiamento di relazioni con l’Europa, perché stavano entrando in una crisi strutturale protratta e profonda; a Occidente, i partiti di sinistra temevano di essere spazzati via e di perdere la loro influenza e il loro prestigio. Quindi era una cospirazione, apertamente fatta, concordata e elaborata da loro.

Nel gennaio del 1989, per esempio, una delegazione della Commissione Trilaterale è venuta in visita a Gorbaciov. Ha incluso [l’ex primo ministro giapponese Yasuhiro] Nakasone, [l’ex presidente francese Valéry] Giscard d’Estaing, [il banchiere americano David] Rockefeller e [l’ex Segretario di Stato americano Henry] Kissinger. Hanno avuto una bella conversazione dove hanno cercato di spiegare a Gorbaciov che la Russia sovietica doveva integrarsi nelle istituzioni finanziarie del mondo, come il Gatt, il FMI e la Banca Mondiale.

Nel mezzo della conversazione, Giscard d’Estaing prende improvvisamente la parola: “Signor Presidente, non posso dirvi esattamente quando accadrà, probabilmente entro 15 anni, ma l’Europa diventerà uno stato federale e dovete prepararvi a questo. Dovete lavorare con noi, e coi leader europei, e dovete essere preparati, su come reagireste, come permettereste agli altri paesi dell’Europa dell’Est di interagirvi o farne parte”.

Questo era il gennaio 1989, in un momento in cui il trattato di Maastricht [1992] non era nemmeno stato redatto. Come diavolo faceva Giscard d’Estaing a sapere cosa sarebbe avvenuto in 15 anni? E – sorpresa, sorpresa -come è diventato l’autore della costituzione europea [nel 2002-03]? Un’ottima domanda. Odora di cospirazione, vero?

Fortunatamente per noi, la parte sovietica di questa cospirazione era crollata in precedenza e non raggiunse il punto in cui Mosca poteva influenzare il corso degli eventi. Ma l’idea originaria era quella di avere quella che chiamavano una convergenza, per cui l’Unione Sovietica si sarebbe addolcita diventando più socialdemocratica, mentre l’Europa occidentale sarebbe diventata socialdemocratica e socialista. Allora ci sarà la convergenza. Le strutture devono adattarsi tra loro. Ecco perché le strutture dell’Unione Europea sono state originariamente costruite allo scopo di adattarsi alla struttura sovietica. Ecco perché sono così simili nel funzionamento e nella struttura.

Non è un caso che il Parlamento europeo, ad esempio, mi ricordi il Soviet Supremo. Sembra il Soviet Supremo perché è stato progettato come il Soviet Supremo. Allo stesso modo, quando si guarda alla Commissione europea, sembra il Politburo. Voglio dire, è esattamente il Politburo, salvo il fatto che la Commissione adesso ha 25 membri e il Politburo ha soltanto 13 o 15 membri. A parte questo, sono esattamente gli stessi, non devono rendere conto a nessuno, non sono eletti direttamente da nessuno. Quando si guarda a tutta questa bizzarra attività dell’Unione Europea con le sue 80.000 pagine di regolamenti, sembra il Gosplan. Noi eravamo abituati ad avere un’organizzazione che pianificava tutto nell’economia, fino all’ultimo dado e bullone, in anticipo per cinque anni. Esattamente la stessa cosa sta avvenendo nell’UE. Quando si guarda al tipo di corruzione dell’UE, è esattamente il tipo di corruzione sovietico, che procede dall’alto verso il basso piuttosto che dal basso verso l’alto.

Se si passano in rassegna tutte le strutture e le caratteristiche di questo emergente mostro europeo, si noterà che assomiglia sempre di più all’Unione Sovietica. Naturalmente, è una versione più mite dell’Unione Sovietica. Per favore, non fraintendetemi. Non sto dicendo che ha i Gulag. Non ha nessun KGB – non ancora – ma sto osservando molto attentamente ad esempio strutture come Europol. Ciò mi preoccupa molto, perché questa organizzazione probabilmente avrà poteri più grandi di quelli del KGB. Avranno l’immunità diplomatica. Potete immaginare un KGB con immunità diplomatica? Dovranno sorvegliarci su 32 tipi di reati – due dei quali sono particolarmente preoccupanti, uno è chiamato razzismo, l’altro è chiamato xenofobia. Nessun tribunale penale sulla terra definisce qualcosa del genere come un crimine [questo non è del tutto vero, perché il Belgio già procede in questo modo – pb]. Quindi è un nuovo crimine, e siamo già stati avvertiti. Qualcuno nel governo britannico ci ha detto che coloro che si oppongono all’immigrazione incontrollata dal Terzo Mondo saranno considerati razzisti e quelli che si oppongono all’integrazione europea saranno considerati xenofobi. Penso che Patricia Hewitt lo abbia detto in pubblico.

Di conseguenza, siamo stati avvertiti. Nel frattempo introducono sempre più ideologia. L’Unione Sovietica era uno stato governato dall’ideologia. L’ideologia odierna dell’Unione Europea è socialdemocratica, statalistica, e una gran parte di essa è il politically correct. Osservo con molta attenzione come il politicamente corretto si diffonda e diventi un’ideologia oppressiva, per non parlare del fatto che vietano di fumare quasi ovunque. Guardate questa persecuzione delle persone come il pastore svedese che è stato perseguitato per diversi mesi perché ha detto che la Bibbia non approva l’omosessualità. La Francia ha approvato la stessa legge contro l’incitamento all’odio sui gay. La Gran Bretagna sta introducendo leggi contro l’incitamento all’odio nelle relazioni razziali e ora anche nelle questioni religiose, e così via e così via. Quello che si osserva, preso in prospettiva, è l’introduzione sistematica di ideologia, che potrebbe essere successivamente fatta rispettare con misure oppressive. A quanto pare questo è l’intero scopo dell’Europol. Altrimenti perché ne abbiamo bisogno? L’Europol mi sembra molto sospetta. Osservo con molta attenzione chi viene perseguito per cosa e cosa sta succedendo, perché è un campo in cui sono un esperto. So come nascono i Gulag.

Sembra che viviamo in un periodo di rapido, sistematico e molto consistente smantellamento della democrazia. Guarda questo Disegno di Legge per la Riforma Legislativa e Normativa. Rende i ministri dei legislatori che possono introdurre nuove leggi senza preoccuparsi di dirlo al Parlamento né a nessun altro. La mia reazione immediata è: perché ci serve? La Gran Bretagna è sopravvissuta a due guerre mondiali, alla guerra con Napoleone, all’Armada spagnola, per non parlare della Guerra Fredda, quando ci veniva detto che in qualsiasi momento potevamo avere una guerra mondiale nucleare, senza necessità di introdurre questa legislazione, senza bisogno di sospendere le nostre libertà civili e introdurre poteri emergenziali. Perché ne abbiamo bisogno adesso? Questo può trasformare il vostro paese in una dittatura in pochissimo tempo.

La situazione di oggi è veramente triste. I principali partiti politici sono stati completamente catturati dal nuovo progetto comunitario. Nessuno di loro vi si oppone veramente. Sono diventati molto corrotti. Chi difenderà le nostre libertà? Sembra che stiamo andando verso una specie di collasso, una sorta di crisi. L’esito più probabile è che ci sarà un collasso economico in Europa, che a tempo debito dovrà accadere con questa crescita delle spese e delle tasse. L’incapacità di creare un ambiente competitivo, l’eccessiva regolamentazione dell’economia, la burocratizzazione, porterà al crollo economico. In particolare l’introduzione dell’euro è stata un’idea folle. La valuta non dovrebbe essere una questione politica.

Non ne ho dubbi. Ci sarà un crollo dell’Unione Europea, quasi simile al modo in cui è collassata l’Unione Sovietica. Ma non dimenticate che quando queste cose crollano lasciano una tale devastazione che ci vuole una generazione per recuperare. Basta pensare che cosa accadrà se si tratterà di una crisi economica. Le recriminazioni tra le nazioni saranno enormi. Si potrebbe arrivare alla guerra. Guardate l’enorme numero di immigrati provenienti dai Paesi del Terzo Mondo che ora vivono in Europa. Questa immigrazione è stata promossa dall’Unione Europea. Cosa succederà se c’è un crollo economico? Probabilmente avremo tanti conflitti etnici che la mente ne rimane sconvolta, come è avvenuto con la fine dell’Unione Sovietica. In nessun altro paese vi erano tensioni etniche come nell’Unione Sovietica, tranne probabilmente in Jugoslavia. Quindi è esattamente ciò che accadrà anche qui. Dobbiamo essere preparati a questo. Questo enorme edificio di burocrazia crollerà sulle nostre teste.

Ecco perché, e sono molto sincero, quanto prima chiuderemo con l’UE, meglio è. Quanto prima crolla, meno danni avrà fatto a noi e ad altri paesi. Ma dobbiamo essere rapidi, perché gli Eurocrati stanno muovendosi molto velocemente. Sarà difficile sconfiggerli. Oggi è ancora semplice. Se oggi un milione di persone marcia a Bruxelles, questi personaggi scapperanno alle Bahamas. Se domani metà della popolazione britannica rifiuterà di pagare le proprie tasse, non accadrà nulla e nessuno andrà in prigione. Oggi puoi ancora farlo. Ma non so quale sarà la situazione domani, con un Europol completamente sviluppata, con personale preso da ex-funzionari della Stasi o della Securitate. Potrebbe succedere di tutto.

Stiamo perdendo tempo. Dobbiamo sconfiggerli. Dobbiamo sederci e pensare, elaborare una strategia per ottenere il massimo effetto possibile nel modo più breve possibile. Altrimenti sarà troppo tardi. Quindi cosa dovrei dire? La mia conclusione non è ottimista. Finora, malgrado il fatto che in quasi tutti i paesi abbiamo delle forze anti-UE, ciò non è sufficiente. Stiamo perdendo e stiamo sprecando tempo.

Sovranità monetaria: l’arma di cui ci priviamo per uscire dalla crisi

Che in buona sostanza nel 2007 sia entrato in crisi economica tutto il mondo è risaputo, però c’è chi ne è uscito e chi invece naviga ancora in cattive acque.

Ne è uscita l’America, benché la crisi sia iniziata lì; ne è uscita la Cina, che nel recente passato ha superato il Giappone nella classifica dei Paesi più ricchi al mondo piazzandosi al secondo posto. Ne è uscito lo stesso Giappone, la cui corsa in investimenti e tecnologia continua galoppante (in tempi abbastanza recenti la giapponese Hitachi ha acquistato l’italiana Ansaldo, giusto per fare un esempio).

Al contrario, nella quasi totalità dell’Europa, continua a regnare la stagnazione economica; le economie interne calano, le produzioni crollano e con esse il lavoro, quindi la qualità della vita diminuisce e via via si precipita in un circolo vizioso.

Ciò che di base differenzia i Paesi che sono usciti dalla crisi rispetto a quelli che ancora non ce l’hanno fatta, è una peculiarità che non rientra nelle caratteristiche geografiche, morfologiche o strutturali, ma riguarda la possibilità di decidere ed attuare le scelte di strategia economica: la sovranità monetaria.

Non che gli altri aspetti non influenzino l’economia di un Paese, ma anch’essi più che influenzare sono influenzati dalla sovranità monetaria stessa.

Risulta infatti facile ed immediato notare come questo fattore sia il principale punto in comune sia in positivo che in negativo tra gli Stati che si sono ripresi e quelli che invece ancora arrancano.

L’America, da quando, grazie ai famosi “petroldollari” (oltre che alle vicissitudini storiche quali la vittoria della guerra), ha scoperto di poter “controllare” il mondo stampando moneta, si è conquistata ed ampiamente garantita la posizione di leader economico mondiale.

La Cina, anch’essa dotata di sovranità monetaria, sta conoscendo una crescita esponenziale e velocissima; è emblematico l’episodio, risalente a poco tempo fa, in cui il governo cinese ha svalutato lo Yuan per ben 3 volte in 8 ore, mettendo in crisi i mercati globali (quello americano su tutti, che si è poi tutelato con manovre mirate da parte della Federal Reserve).

Il Giappone, che continua ad avere un debito pubblico pari a quasi tre volte il PIL, si autofinanzia tra governo e banca centrale; così stampa moneta, investe tutta la liquidità che gli serve e sostanzialmente ha un debito con sé stesso che, tradotto, significa nessun problema.

Il Canada, anch’esso in una posizione simile a quella del Giappone, ha un’economia che non risente di problemi.

Al contrario, negli Stati membri dell’Europa, a parte la Germania che ha avuto la forza politica di crearsi tramite l’Euro e la BCE un’economia a sua immagine e somiglianza nella zona Euro, continua il bagno di sangue.

Stati con economie e caratteristiche diverse, hanno vita breve se gli si applicano regole comuni e non mirate alle loro necessità: imporre una moneta unica a tutti gli Stati è come imporre vestiti di taglia unica a tutti i cittadini.

Privati delle Banche Centrali, sostituite dalla BCE, non possono compoertarsi come Canada e Giappone ed autofinanziarsi creando un debito con sé stessi. Tolte le monete nazionali, non possono agire su di esse e quindi per restare competitivi devono svalutare il lavoro, con i risultati dell’assoluta povertà che stiamo vivendo (nascita dei Paesi PIIGS).

La differenza sta quindi nel poter autonomamente decidere come muoversi e quando farlo; diversamente si resta deboli e prevedibili. Se qualcuno decide per noi, non lo farà di certo nel nostro interesse ma nel suo.

Sotto questo punto di vista, emerge la differenza della mentalità orientale intrinseca anche nelle radici ludiche: mentre noi giochiamo a scacchi, loro giocano a “go”.

Negli scacchi le pedine sono tutte visibili e schierate fin dall’inizio, si possono muovere solo in determinate direzioni ed hanno una precisa scala gerarchica d’importanza.

“Go”, invece, è pur sempre un gioco da tavola su scacchiera, ma ogni giocatore tiene le sue pedine nascoste dall’avversario, nascondendo al nemico la quantità e la tipologia della forza posseduta, ed inoltre può attaccare il rivale da qualsiasi punto della scacchiere ed in qualsiasi momento.

Vince chi sa essere più imprevedibile nell’attacco, chi sa tutelarsi meglio dai vari rischi a livello difensivo e chi riesce ad attuare una strategia complessiva più efficace ragionando a 360°.

Questi due giochi tradizionali danno una sintesi dell’andamento economico attuale, tra chi si lega le mani da solo e chi invece vuole usare tutte le armi a sua disposizione.

Ci stiamo privando degli strumenti di politica economica più importanti che esistano e lo stiamo facendo con le nostre mani: noi giochiamo a scacchi, loro giocano a go.

Fonte: Wall Street Italia di A. Puppato del 22 maggio 2017

Claudio Borghi: “Se non riusciamo a cambiare l’Ue, dovremo uscirne”

“Penso che questa opportunità sia l’ultima. Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti ‘mandarini’ guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne”. Lo ha detto il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, a un dibattito della Cisl definendo il progetto della Ue “fallimentare e tossico per l’Italia”. E ha continuato: “Se l’ambiente rimane tossico, io dirò ‘andiamone fuori’. Dal 2000 a oggi l’Italia è cresciuta del 3 percento. Abbiamo perso due decenni e li abbiamo buttati, non c’è stato nessun progresso economico”.

Borghi insiste sull’economia e sulla differenza tra la Germania e gli altri stati membri: “In questo bell’ambiente che dovrebbe essere di solidarietà e fraternità abbiamo uno stato che è in vantaggio rispetto a noi, che ha meno disoccupazione, che è più ricco, che fa politiche espansionistiche e mercantiliste, che si finanzia a un tasso del 3 percento inferiore a noi. Che cosa dobbiamo fare, facciamo la gara contro Bolt con le gambe annodate?”.

Borghi è fiducioso del fatto che dal 26 maggio le cose potrebbero cambiare, ma in che modo? Il leghista fa alcuni esempi: “Abolendo il pareggio di bilancio in costituzione e sostituendolo con ‘disoccupazione zero’ e facendolo diventare un obiettivo dell’Europa”. “Invece di essere contributori netti diventeremmo ricettori netti perché la Germania dovrebbe pagare per mettere su politiche del lavoro in Paesi in cui c’è disoccupazione, in certi casi causata anche dalle sue politiche e dal suo modo predatorio di condurre il commercio internazionale”.

Se la Ue, ha continuato Borghi, “invece di chiudere gli occhi sull’enorme surplus commerciale della Germania, che è fuori da tutte le regole, lo facesse rispettare, magari l’ambiente sarebbe meno tossico. Se la Ue invece di dire all’Italia di fare zero deficit valutasse quale è il Paese più in recessione e consentisse a quello di fare più deficit, sarebbe un ambiente meno tossico”. In questo modo, secondo il leghista, “non ci sarebbe lo spread perché ci sarebbe un cambiamento della mission della Bce in modo tale che diventi prestatore di ultima istanza, invece di utilizzare il mercato per bastonare gli Stati”.

Fonte: huffingtonpost.it – 15 febbraio 2019