Fuori dall’euro, finchè siamo in tempo!

L’affermazione dell’ovvio per la confutazione dell’assurdo, spesse volte, non è sufficiente; in special modo quando, ad affermare l’ovvio, è uno sconosciuto. Ragione per la quale, confortato da una benevola speranza circa l’esistenza di una reale possibilità di trasmettere il mio pensiero, senza che ciò sia soggetto a sterili fraintendimenti di natura politica, provo a farmi scudo con personaggi la cui indiscussa autorevolezza risulta universalmente riconosciuta. Non prima però, considerato l’argomento, di aver sottolineato il dato, emerso da un sondaggio condotto dal Parlamento Europeo, che un italiano su due, oggi, uscirebbe dall’Unione Europea. Per l’esattezza, solo il 44% resterebbe in zona euro, contro la ben più alta media europea del 66% e, finanche, al di sotto del 53% del Regno Unito, già uscito con la Brexit di qualche mese fa.

I personaggi a cui mi riferisco sono sei premi nobel per l’economia, i quali, per ragioni differenti, hanno sempre espresso il loro pieno dissenso contro la moneta unica europea, cominciando da Milton Friedman, che già vent’anni fa pensava alla Moneta Unica come a un Soviet e sosteneva che Bruxelles e Francoforte avrebbero preso il posto del Mercato. Secondo l’economista, più che unire, la moneta unica avrebbe diviso, spostando in politica anche questioni economiche che avrebbero conferito all’UE un sempre maggiore ruolo di regolazione della vita economia e politica degli Stati aderenti. Tutto vero. È quanto sta succedendo oggi. L’UE e la BCE “comandano” sugli Stati  e negli Stati.  Paul Krugman, invece, pensa che l’Europa sarà sempre fragile e che la sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea … (che attualmente ancora non esiste, aggiungerei). Quanto a Joseph Stiglitz, egli pensa che l’euro o cambia o è meglio lasciarlo morire. Anche Stiglitz insiste sulla garanzia bancaria intesa come  una vera unione con un unico sistema di assicurazione dei depositi, delle procedure risolutive ed un sistema di supervisione comune, oltre alla necessità degli Eurobond o di uno strumento simile. Passando ad Amartya Sen, nella recente intervista “Che orribile idea l’euro”, si dichiara molto preoccupato per quello che succede in Europa, per l’effetto della moneta unica, che era nata con lo scopo di unire il continente e finendo per dividerlo. Evidentemente, una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa.  Incalza James Mirrless, il quale, nel suo intervento all’Università Ca’ Foscari, ha testualmente detto che “all’Italia conviene uscire dall’Euro subito”, perché finché resterà nell’euro, non potrà espandere la massa di liquidità, ne svalutare la moneta.

Christopher Pissarides, dichiara l’opportunità di abbandonare l’Euro. Dopo esserne stato nel passato un fautore, sostiene di esserne stato completamente ingannato: “Allora, l’euro sembrava una grande idea, ma ora ha prodotto l’effetto contrario di quello che si aveva in mente ed ha bloccato crescita e la creazione del lavoro. In questo momento sta dividendo l’Europa e la situazione attuale non è sostenibile. L’Euro divide l’Europa e la sua fine è necessaria per ricreare quella fiducia che le nazioni europee una volta avevano l’una all’altro. Non è certo quello che i padri costituenti avevano in mente”.

Insomma, che l’euro fosse un esperimento fallimentare lo si pensava già prima che egli avesse i natali. L’economista inglese Kaldor, nel 1971, spiegò i motivi per cui il progetto di una moneta unica sarebbe fallito: lo squilibrio commerciale e della bilancia dei pagamenti a causa di un regime di cambi fissi in assenza di armonizzazione del mercato del lavoro e del sistema fiscale e di meccanismi di trasferimento.

Di certo, fa impressione notare come, più di quarant’anni fa, fosse perfettamente chiaro a cosa sarebbero andati incontro i Paesi europei introducendo una moneta unica, prima ancora di una unione politica, fiscale e legislativa: un disastro, annunciato, della periferia, al quale sarebbe seguita una rottura dell’intero sistema.

Il disastro di una parte della “Zona Euro” lo stiamo vivendo nei nostri giorni, mentre la rottura del sistema è ancora di là da venire, ma non molto lontana.

Certo è che non dovremmo aspettare ancora molto, stando alle indicazioni di studiosi del calibro di quelli qui citati. E se ancora nutriamo dei dubbi, guardiamo alla Grecia. Ma quando accadrà (perché accadrà), non cadiamo dalle nubi.

Fonte: corrieresalentino.it Articolo di F. Carlino del 21 ottobre 2018

Viene dalla Svizzera la soluzione per i pastori sardi. La concorrenza sleale si combatte con i dazi.

Il latte dei pastori sardi è sottopagato, a causa della concorrenza sleale. In Svizzera la carne costa invece il 152% in più che nel resto d’Europa. Secondo voi sono più ricchi gi svizzeri, o i sardi?

Lo so, fa già ridere così. L’ultimo studio della società di servizi finanziari Credit Suisse ha rivelato che gli svizzeri hanno il patrimonio medio per adulto più alto al mondo: si attesta a 530.240 dollari (pari a 526.700 franchi). Le cose cambiano se si ragiona in termini di pil procapite o di indebitamento, ma la sostanza è quella, e cioè che gli svizzeri sono mediamente i più ricchi del mondo, mentre i sardi… no. Ora, quando si parla della ricchezza degli svizzeri ci sono di norma due linee di pensiero:

A) quella secondo la quale gli svizzeri sono ricchi perchè rappresentano un porto franco per la finanza (fuga di capitali)

e B) quella secondo la quale gli svizzeri sono calvinisti e dunque sgobbano 16 ore al giorno durante le quali fanno la cacca nel pannolino per non perdere tempo.

In entrambi i casi si tratta di fesserie.

Per quanto riguarda il segreto bancario, la Svizzera è scesa dal piedistallo da lustri: sono ben altri i paradisi fiscali dove portare i quattrini. Se invece guardiamo al dispendio di energie lavorative, fatevi un giro nei cantoni. Siamo sopra la media, ma non siamo a livello dei cinesi, ma nemmeno dei veneti, se bisogna proprio dirla tutta. Inoltre, i prodotti costano cari, specialmente quelli prodotti in loco.

E allora, quale sarà mai il segreto del benessere svizzero? Cosa potrebbe ispirare il modello svizzero ai nostri produttori?

Perchè una bistecca costa due volte di più in Svizzera rispetto a paesi confinanti come la Germania? Per l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la causa sta negli esorbitanti dazi doganali che la Svizzera impone sui prodotti alimentari importanti dall’estero.

Le tasse doganali sui prodotti agricoli importati erano in media del 31% nel 2016, mentre superavano il 100% per la carne, le verdure e i latticini, stando a un rapporto pubblicato nel 2017 dall’OMC. Un semplice sguardo ai menù nei ristoranti svizzeri e tedeschi conferma questa grande differenza di prezzo.

“Una bistecca di manzo del Kentucky di 200 grammi in un ristorante di Zurigo costa 37,50 franchi – scrivono su swissinfo.ch – mentre una bistecca argentina di 250 grammi in una steakhouse appena dopo il confine tedesco costa 20,90 euro, circa 23 franchi. Insomma, per una bistecca analoga, il prezzo al grammo è praticamente il doppio”.

Ma la domanda che tutti si dovrebbero porre è un’altra. Perchè lo fanno? Se, in fondo, l’economia svizzera NON dipende dall’allevamento bovino, perchè imporre dei dazi così consistenti? Dopo tutto, coi loro redditi, gli svizzeri potrebbero accedere più agevolmente alla carne. Che la Svizzera stia promuovendo in modo surrettizio il movimento vegan?

Molto più banalmente, ma efficacemente, in Svizzera hanno capito che accettare la concorrenza sleale straniera sulla carne costringerebbe gli allevatori svizzeri a chiudere i battenti nel giro di pochi anni. Questo fatto, che capirebbe chiunque non fosse infarcito di ideologia liberista, alla lunga porta all’abbandono delle fattorie e della montagna, al totale detrimento dell’ambiente svizzero, del suo paesaggio e della sua cultura.

Motivazioni semplici, cartesianamente evidenti.

E che valgono anche per la Sardegna e per tutta la Penisola italiana.

Come avranno capito anche i sassi, da noi, però, non si può fare una politica di questo tipo, perchè siamo inseriti dentro i trattati capestro dell’Unione Europea. L’istituzione di un fondo di 20 milioni di euro per sorreggere la filiera, come vorrebbe il governo in queste ore, rappresenta solo un’ennesimo, distraente ed inutile calcio al barattolo.

Di Massimo Bordin

Fonte: micidial.it

Borghi (2014): Uscire dall’Euro è conveniente

Claudio Borghi della Lega Nord spiega perchè, secondo la posizione politica del suo partito, sarebbe conveniente per l’Italia. L’Euro è una moneta con cambio fisso come era stato a suo tempo l’ECU, cambio fisso tra le monete dei paesi dell’Unione. Come ci furono benefici dalla svalutazione della Lira con l’uscita dall’ECU, altrettanti potrebbero esserci con l’uscita dall’Euro. Di seguito l’intervista a Claudio Borghi pubblicata da La7 il 1 aprile 2014.

 

Fonte: YouTube

Come si esce dall’euro (di J. Stiglitz)

Un articolo del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz su Politico affronta senza più giri di parole il tema dell’uscita dell’Italia dall’euro. Date le resistenze tedesche a riformare (radicalmente) l’eurozona come sarebbe necessario per salvare la moneta unica, all’Italia restano poche alternative all’uscita, se non vuole sprofondare nell’inferno greco. L’Italia per ora si è impegnata a restare nell’euro, ma le cose possono cambiare rapidamente, e il nuovo governo ha dimostrato di non avere paura di agire, come Stiglitz sembra essersi accorto.

di Joseph Stiglitz

Qual è il modo migliore per uscire dall’euro? La domanda torna sul tavolo dopo la nascita del governo euroscettico in Italia. Sì, è vero che i principali ministri si sono impegnati a mantenere il paese nel blocco europeo della moneta unica, ma questi impegni non devono essere visti come immutabili. Devono essere considerati nel contesto più ampio della posizione contrattuale italiana. Il nuovo governo vuole chiarire che non è lì per far saltare tutto per aria. Preferirebbe restare nell’eurozona, ma vuole anche il cambiamento.

I nuovi leader italiani hanno ragione nel ritenere che l’eurozona abbia assolutamente bisogno di una riforma. L’euro è stato difettoso fin dalla sua origine. Per paesi come l’Italia, l’euro ha tolto due meccanismi fondamentali di aggiustamento: il controllo sui tassi di interesse e il tasso di cambio. E al posto di sostituire questi meccanismi con qualcos’altro, l’euro ha introdotto rigidi parametri sul debito e sul deficit, cioè ulteriori impedimenti alla ripresa economica.

Il risultato per l’intera eurozona è stato quello di una minore crescita, soprattutto per i paesi più deboli. L’euro avrebbe dovuto, nelle intenzioni, portare grande prosperità, e questo avrebbe dovuto rinnovare gli impegni verso l’integrazione europea. In realtà ha fatto proprio l’opposto. Ha aumentato le fratture all’interno dell’Unione europea, soprattutto tra creditori e debitori.

Le spaccature che ne sono risultate hanno reso più difficile risolvere anche gli altri problemi, e in particolare la crisi dell’immigrazione, sulla quale le regole europee impongono un peso eccessivo ai paesi di frontiera che ricevono i migranti, come la Grecia e l’Italia. Oltretutto questi sono due paesi con problemi di debito, già piegati dalle difficoltà economiche. Non sorprende vedere una ribellione.

Le resistenze tedesche

Cosa si debba fare è ben chiaro. Il problema è la riluttanza tedesca nel farlo.

L’eurozona ha riconosciuto già da molto tempo la necessità di un’unione bancaria. Ma Berlino insiste nel posticipare la riforma chiave che servirebbe per questo – quella di una garanzia comune sui depositi – che ridurrebbe le fughe di capitali dai paesi più deboli: la fuga di capitali è un fattore chiave nello spiegare la profondità della recessione nei paesi in crisi.

Le politiche economiche adottate dalla Germania al proprio interno aggravano i problemi dell’eurozona. La sfida economica principale dei paesi in un’unione monetaria è la loro impossibilità di aggiustare il tasso di cambio quando questo è disallineato. In eurozona, il peso dell’aggiustamento viene oggi imposto ai paesi debitori, che già stanno soffrendo di bassa crescita e bassi redditi. Se la Germania adottasse una politica fiscale e dei redditi più espansiva, alcune delle pressioni sui paesi debitori sparirebbero.

Se la Germania non vuole intraprendere i passi fondamentali per migliorare l’unione monetaria, potrebbe adottare la seconda miglior scelta, quella di uscire dall’eurozona. Come ha detto George Soros, la Germania deve guidare la situazione oppure deve uscire. Con la Germania (ed eventualmente altri paesi dell’Europa del nord) fuori dall’unione monetaria, il valore dell’euro scenderebbe, facendo aumentare le esportazioni dell’Italia e degli altri paesi dell’Europa del sud. La maggiore fonte di disallineamento scomparirebbe. Al tempo stesso l’aumento del tasso di cambio della Germania darebbe un grosso contributo a correggere uno dei principali fattori destabilizzanti dell’economia globale: lo squilibrio commerciale tedesco.

Perché uscire

Il problema, ovviamente, è che la Germania si ostina a rifiutare di intraprendere qualsiasi dei due percorsi. Questo lascia i cittadini di paesi come la Grecia e l’Italia con una scelta che non vorrebbero dover prendere, quella tra l’appartenenza all’eurozona e la prosperità economica.

Un timido e inesperto governo greco ha scelto di restare nell’unione monetaria. Il risultato è stato quello della stagnazione. Nel 2015 il PIL greco era già crollato del 25 percento rispetto al picco pre-crisi. Da allora non si è praticamente mosso.

L’Italia ha ora l’opportunità di fare una scelta diversa. In assenza di riforme significative, i benefici di un’uscita dell’Italia dall’euro sarebbero evidenti e notevoli.

Un tasso di cambio più basso permetterebbe all’Italia di esportare di più. I consumatori cambierebbero i prodotti di importazione con prodotti made-in-Italy. I turisti troverebbero il paese più conveniente come destinazione. Tutto questo stimolerebbe la domanda e aumenterebbe il gettito fiscale di cui il governo può disporre. La crescita aumenterebbe, i livelli di disoccupazione dell’Italia (all’11,2 percento, con il 33,1 percento di disoccupazione giovanile) scenderebbero.

Ci sono, certo, anche altre ragioni dietro le difficoltà economiche italiane, e queste sarebbero solo parzialmente risolte da un’uscita dall’euro. Governi come quelli del presidente USA Donald Trump, o dell’ex Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi – che non hanno alcuna comprensione delle vere basi di una crescita sostenibile nel lungo termine – non forniscono la leadership politica necessaria per una crescita forte e sostenibile.

Al tempo stesso, però, la crescita fiacca e la disuguaglianza che l’Italia ha avuto come risultato dell’appartenenza all’euro porta quasi inevitabilmente terreno fertile a tali populisti.

Ci sarebbero anche altri benefici politici. Una Italia più prospera potrebbe più facilmente cooperare in aree chiave nelle quali l’Europa ha bisogno di un lavoro coordinato: l’immigrazione, le forze di difesa europee, le sanzioni alla Russia, le politiche commerciali.

Le politiche sul commercio e sull’immigrazione portano benefici all’intero paese, ma ci sono anche quelli che possono perderci, e i vincoli fiscali dell’eurozona hanno reso praticamente impossibile fornire a questi ultimi tutele adeguate. Un’Italia fuori dall’eurozona potrebbe meglio beneficiare delle proprie politiche internazionali, e al tempo stesso ridurre le sofferenze che queste potrebbero portare come effetto collaterale.

Come farlo

La sfida, naturalmente, è quale sia il modo migliore per uscire dall’eurozona minimizzando i costi economici e politici. Un’ampia ristrutturazione del debito, condotta con speciale attenzione alle conseguenze che avrebbe per le istituzioni finanziarie interne, sarebbe essenziale. Senza una tale ristrutturazione, il peso del debito denominato in euro salirebbe, annullando forse una gran parte dei potenziali vantaggi.

Queste ristrutturazioni del debito sono una parte normale delle ampie svalutazioni. Talvolta vengono fatte tranquillamente e silenziosamente, come quando gli USA sono usciti dal gold standard. Talvolta invece sono fatte più apertamente, come nei casi di Islanda e Argentina, tra gli strepiti dei creditori. Tuttavia queste ristrutturazioni del debito vanno viste come un rischio intrinseco nel momento in cui si decide di investire all’estero, e sono una delle ragioni per le quali i titoli “stranieri” di solito fruttano un premio di rischio.

Da un punto di vista economico la cosa più semplice sarebbe che le entità italiane (governo, imprese e singoli individui) ridenominassero semplicemente il debito da euro a nuova lira. Ma a causa delle complessità legali all’interno della UE, e a causa dei vincoli internazionali dell’Italia, potrebbe essere preferibile attuare una super amministrazione controllata, ricorrendo alla ristrutturazione del debito per qualsiasi entità per la quale la nuova moneta presenti seri problemi economici. La legge fallimentare rimane un’area a totale discrezione di ciascuno dei singoli paesi membri della UE.

L’Italia potrebbe perfino decidere di non annunciare la propria uscita dall’euro. Potrebbe semplicemente emettere dei titoli (diciamo equiparabili a titoli del debito pubblico) accettati come mezzo di pagamento per qualsiasi obbligazione denominata in euro. Una diminuzione del valore di questi titoli equivarrebbe a una svalutazione. Questo ripristinerebbe al tempo stesso la possibilità di una politica monetaria in Italia: i cambi di politica della banca centrale influenzerebbero il valore dei titoli.

Urla e proteste

Certo, ci sarebbero urla e proteste da parte di altri paesi dell’eurozona. L’introduzione di una moneta parallela, anche in modo informale, violerebbe quasi sicuramente le regole dell’eurozona e sarebbe certamente contro il suo spirito. Ma in questo modo l’Italia potrebbe lasciare agli altri paesi la scelta di una eventuale espulsione dall’eurozona.

Roma potrebbe approfittare della situazione dato che i litigiosi membri dell’unione monetaria potrebbero anche non intraprendere mai una tale azione forte, azione che confermerebbe palesemente che l’eurozona è compromessa. A quel punto l’Italia avrebbe vinto tutto. Resterebbe dentro l’eurozona e al tempo stesso avrebbe fatto una svalutazione.

E se anche l’Italia dovesse perdere questa scommessa, il peso politico della sua uscita dall’eurozona ricadrebbe chiaramente sui suoi “partner”. Sarebbero loro, infatti, a dover fare l’ultimo passo.

La Grecia si è arresa e si è lasciata strangolare dalla Banca Centrale Europea. Ma non era costretta a farlo. Atene era già avanti nella creazione dell’infrastruttura (un meccanismo di pagamenti elettronici in una nuova dracma) che avrebbe facilitato la transizione verso l’uscita dall’eurozona.

Gli avanzamenti tecnologici nel corso degli ultimi tre anni hanno reso molto più semplici ed efficaci i sistemi di creazione di moneta elettronica. Se l’Italia decidesse di usare uno di questi, non dovrebbe nemmeno preoccuparsi delle difficoltà legate alla stampa di nuova moneta cartacea.

L’Italia potrebbe anche attenuare alcuni dei problemi dell’uscita se si coordinasse, in una tale mossa, con altri paesi che si trovano nella sua stessa posizione.

L’ampio ed eterogeneo gruppo di paesi che compone ora l’eurozona è ben diverso da ciò che gli economisti definiscono area valutaria ottimale. C’è troppa diversità, troppe differenze, per farla funzionare senza quel miglioramento istituzionale sul quale la Germania ha già messo il veto.

L’eurozona del sud da sola sarebbe molto più simile ad un’area valutaria ottimale. E se può essere difficile coordinare l’uscita di molti paesi in poco tempo, dopo una eventuale ed efficace uscita dell’Italia dall’euro, quasi certamente altri paesi la seguirebbero.

Costi e benefici

A dire il vero non si devono nemmeno sottostimare i costi di un’ampia svalutazione. Qualsiasi grosso cambiamento in una variabile fondamentale dell’economia implica una forte perturbazione.

Il prezzo della valuta è, ovviamente, cruciale in un’economia aperta. Ha degli effetti a catena sui prezzi di tutti gli altri beni e servizi. Alcune, forse molte, aziende andranno in bancarotta. Alcuni, forse molti, individui vedranno diminuire i propri redditi reali.

Ma è altrettanto importante non sottostimare i costi dell’attuale situazione italiana. Se l’Italia fosse cresciuta come il resto dell’eurozona negli ultimi 20 anni, cioè da quando l’euro è stato creato, oggi il suo PIL sarebbe del 18 percento più alto.

Il costo della disoccupazione a lungo termine, specialmente tra i giovani, è enorme. I giovani tra i 20 e i 30 anni dovrebbero accrescere la propria professionalità lavorando. E invece se ne restano a casa a non far nulla, e molti nutrono risentimenti verso quelle élite e istituzioni alle quali attribuiscono la propria condizione. Ciò che ne risulta è una mancanza di formazione di nuovo capitale umano, e questo pesa negativamente sulla produttività per gli anni a venire.

In un mondo ideale l’Italia non dovrebbe essere costretta a uscire dall’eurozona. L’Europa potrebbe invece riformare l’unione monetaria e fornire una protezione migliore per quelli che sono negativamente colpiti dalle disposizioni sul commercio e sull’immigrazione.

Ma in assenza di un cambio di direzione della UE nel suo insieme, l’Italia deve ricordarsi che esiste un’alternativa alla stagnazione economica e che ci sono modi di uscire dall’eurozona tali che i benefici superano molto probabilmente i costi.

Se il nuovo governo italiano sarà in grado di gestire una tale uscita, l’Italia starà meglio. E starà meglio anche il resto d’Europa.

Fonte: Voci dall’Estero, 26 giugno 2018

 

Claudio Borghi: “Se non riusciamo a cambiare l’Ue, dovremo uscirne”

“Penso che questa opportunità sia l’ultima. Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti ‘mandarini’ guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne”. Lo ha detto il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, a un dibattito della Cisl definendo il progetto della Ue “fallimentare e tossico per l’Italia”. E ha continuato: “Se l’ambiente rimane tossico, io dirò ‘andiamone fuori’. Dal 2000 a oggi l’Italia è cresciuta del 3 percento. Abbiamo perso due decenni e li abbiamo buttati, non c’è stato nessun progresso economico”.

Borghi insiste sull’economia e sulla differenza tra la Germania e gli altri stati membri: “In questo bell’ambiente che dovrebbe essere di solidarietà e fraternità abbiamo uno stato che è in vantaggio rispetto a noi, che ha meno disoccupazione, che è più ricco, che fa politiche espansionistiche e mercantiliste, che si finanzia a un tasso del 3 percento inferiore a noi. Che cosa dobbiamo fare, facciamo la gara contro Bolt con le gambe annodate?”.

Borghi è fiducioso del fatto che dal 26 maggio le cose potrebbero cambiare, ma in che modo? Il leghista fa alcuni esempi: “Abolendo il pareggio di bilancio in costituzione e sostituendolo con ‘disoccupazione zero’ e facendolo diventare un obiettivo dell’Europa”. “Invece di essere contributori netti diventeremmo ricettori netti perché la Germania dovrebbe pagare per mettere su politiche del lavoro in Paesi in cui c’è disoccupazione, in certi casi causata anche dalle sue politiche e dal suo modo predatorio di condurre il commercio internazionale”.

Se la Ue, ha continuato Borghi, “invece di chiudere gli occhi sull’enorme surplus commerciale della Germania, che è fuori da tutte le regole, lo facesse rispettare, magari l’ambiente sarebbe meno tossico. Se la Ue invece di dire all’Italia di fare zero deficit valutasse quale è il Paese più in recessione e consentisse a quello di fare più deficit, sarebbe un ambiente meno tossico”. In questo modo, secondo il leghista, “non ci sarebbe lo spread perché ci sarebbe un cambiamento della mission della Bce in modo tale che diventi prestatore di ultima istanza, invece di utilizzare il mercato per bastonare gli Stati”.

Fonte: huffingtonpost.it – 15 febbraio 2019