Ofce: “Se esce dall’euro l’Italia non rischia nulla”

Lo studio: il Paese sarebbe più competitivo e la nuova lira si rivaluterebbe dell’1%.

Anche a Parigi si pensa all’Eurexit. Non si tratta, però, di uno slogan elettorale di Marine Le Pen, ma di un’elaborazione di un autorevole centro di ricerca economico transalpino, l’Ofce che è stato presieduto per vent’anni dall’economista Jean-Paul Fitoussi.

Insomma, Mediobanca Securities non è stata la sola in Europa a esercitarsi sul cosiddetto breakup, cioè lo «spezzatino» dell’unione monetaria. Il report della divisione Trading del «salotto buono» della finanza, pubblicato dal Giornale, ha svelato come il dibattito sia condotto nelle sedi istituzionali più importanti. Tant’è vero che uno dei due autori della pubblicazione dell’Ofce, Sébastien Villemot, collabora con Sciences Po, la prestigiosa università francese guidata dall’europeista Enrico Letta.

Lo studio, curato da Villemot e dal collega Cédric Durand della Sorbona, ipotizza due scenari: l’uscita dall’euro di un singolo Paese o la rottura totale e contemporanea dell’unione. Partiamo dalle conclusioni, che sono molto interessanti, e risaliamo successivamente alle premesse. Sulla base dei dati relativi alla natura del debito pubblico e di quello privato alla fine di settembre 2015, la fine dell’euro comporterebbe una sostanziale stabilità rispetto alla moneta unica per una eventuale nuova lira (che si rivaluterebbe di circa l’1% sull’euro). Tale considerazione proviene dal fatto che il debito pubblico emesso in altre giurisdizioni e valute si attesta a circa il 5% del Pil e dunque non rappresenta un problema irrisolvibile. In caso di Italexit, infatti, quei titoli o quei finanziamenti non potrebbero essere ridenominati in nuove lire e potrebbero appesantire il conto. Ma, come si è visto, la loro incidenza non è problematica. In secondo luogo, la posizione netta dell’Italia (attivi-passivi) è positiva. Grazie alla forza di famiglie e imprese la nazione produce ed è perciò creditrice in misura maggiore rispetto a quello che è il suo sbilancio. Il saldo è infatti positivo per circa il 30% del Pil.

Ecco perché l’Italia avrebbe da temere per la fine dell’euro meno di Germania, Francia e Spagna. La prima dovrebbe sopportare una rivalutazione del 14% che la renderebbe meno competitiva, mentre le seconde soffrirebbero una svalutazione dell’11% circa sull’euro. Premesso che si tratta di simulazioni che non tengono conto del peso dei derivati finanziari presenti sul mercato, non si può tuttavia non sottolineare come, secondo Villemot e Durand, l’uscita dall’euro per l’Italia sarebbe a «rischio zero» in virtù anche di un’incidenza tollerabile dei debiti delle istituzioni finanziarie e non finanziarie espressi in valuta estera (30% e 8% del Pil). Basti pensare che per il piccolo Lussemburgo questi due parametri raggiungono il 742 e il 1.125% del Pil.

Insomma, senza euro l’Italia sarebbe più competitiva nell’export con la concorrenza tedesca. Certo, l’ambiente sarebbe un po’ differente perché si troverebbe circondata anche da Paesi in forte difficoltà come Grecia, Portogallo e Lussemburgo (forse pure la Finlandia) che sarebbero costretti al default per l’improvvisa insostenibilità del debito.

Fonte: ilgiornale.it Articolo di G.M. De Francesco del 21 febbraio 2017.

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Waigel: “Se l’Italia esce dall’Euro, la Germania crolla, e l’Italia vola!”

Theo Waigel è stato per dieci anni Ministro delle Finanze di Helmut Kohl. Il 21 giugno 2018 ha rilasciato un’intervista a T-Online. Questo è un frammento delle sue dichiarazioni.

Intervistatore: “I sondaggi sull’uscita dalla UE mostrano che se si chiedesse ai francesi e ad altri, vincerebbe chi vuole uscire, con uno scarto minimo. Secondo lei da dove viene questa disaffezione per l’UE?
Theo Waigel: “Al grado di sviluppo della globalizzazione e dei mercati aperti cui siamo arrivati – che non è più reversibile -, ci sono forze che si oppongono, sostenendo la necessità di ritornare ai confini e alle regolamentazioni nazionali, che prima funzionavano bene, per tornare ad appropriarsi delle proprie capacità decisionali“.
Intervistatore: “E cosa gli si può rispondere?
Theo Waigel: Gli si può rispondere in modo del tutto chiaro quali svantaggi ne scaturirebbero. Se la Germania oggi uscisse dall’unione monetaria, allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% e il 30% del marco tedesco – che tornerebbe nuovamente in circolazione -. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, o per il nostro bilancio federale“.
L’euro conviene alla Germania, ecco perché ci restiamo dentro. Va da sè che se il marco diventasse sconveniente, la lira diventerebbe conveniente per i mercati, per gli investitori e per i consumatori. Queste cose i commentatori nazionali non ve lo dicono. Queste notizie ai telegiornali non passano. Per chi lavora la stampa italiana? Per chi lavora la politica italiana? Per l’Italia o per Berlino? Se lavorasse per gli italiani, interviste come queste sarebbero in prima pagina su tutti i quotidiani, in luogo dello spettro dell’inflazione, e la gente inizierebbe a trarne le conclusioni.
In Germania, invece, non si fanno problemi a dirlo con chiarezza. Anche perché hanno interessi opposti. Ci fu anche un pezzo dello Spiegel Onlineche io riportai puntualmente sul blog, datato 13 giugno 2012 (ben 4 anni fa), che lo disse con altrettanta chiarezza:
« Con un’uscita dall’Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti Target 2 intraeuropei.
E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda.
Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro. »

Stiglitz: “Italexit? Se Roma esce è una tragedia per Ue, se resta è tragedia in Italia. Berlino si svegli”

“E’ l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese. Ma, d’altra parte, l’Italia deve stare con gli occhi aperti…”. Shock. Qui non è Luigi Di Maio che parla o Matteo Salvini o qualche sovranista arrabbiato con l’Unione Europea. Questo è il ragionamento che fa il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz. Lo incontriamo di primo mattino a Bruxelles, prima della presentazione del suo libro ‘Rewriting the rules of the European Economy’, scritto con la collaborazione di altri economisti e soprattutto con la Feps, la Fondazione per gli studi europei vicina ai socialisti. Come sempre, Stiglitz esce dal selciato praticato dai politici, benché stavolta ci sia proprio vicino: in mattinata presenta il libro con il Commissario europeo per gli Affari Economici Pierre Moscovici. Ma il premio Nobel, che l’anno scorso consigliò all’Italia addirittura di uscire dalla zona euro, continua a sorprendere. “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia…”, dice Stiglitz, libero com’è dalle appartenenze. Ossigeno.

E allora, gli parliamo del memorandum che il governo Conte sta per firmare con Pechino tra le polemiche partite da Washington e rimbalzate nelle Cancellerie europee. Stiglitz parte dalle prime ricette di austerity applicate alla Grecia nel 2010: “Alla Grecia furono promessi fondi e crescita. Non sono arrivati né gli uni, né gli altri. Quindi, siccome l’Europa non mette in campo fondi per crescere, un paese che è in stagnazione, recessione, depressione che deve fare? E’ l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese. Ma, d’altra parte, l’Italia deve stare con gli occhi aperti, individuare i rischi di una trattativa coi cinesi. Alle spalle abbiamo già degli esempi drammatici: lo Sri Lanka e la Malaysia, dove l’aiuto cinese diede luogo a fenomeni di profonda corruzione. Ecco, speriamo che l’Italia abbia imparato da queste lezioni e concordi per bene con Pechino i termini di tutto l’accordo. Roma deve trattare con attenzione”.

A pochi mesi dalle europee, Stiglitz sforna questo testo che chiede all’Europa di darsi una mossa, di riformare l’eurozona, di farlo “interpretando i trattati, capisco che è complicato cambiarli – dice – ma si possono interpretare diversamente, è possibile”. Anche perché l’Ue è fuori tempo massimo. Si prenda il caso dell’Italexit. Sì, perché Stiglitz non lo considera escluso: per lui è ancora un caso, seppure ipotetico. L’anno scorso aveva suggerito all’Italia di lasciare l’eurozona, oggi resta della stessa idea se le cose non dovessero cambiare nell’Unione.

Anche qui, il Nobel parte dal caso greco. “L’Europa – dice – non vive una condizione molto differente dal 2015, quando si parlava di Grexit. Ma la Grecia è un piccolo paese, se avesse lasciato l’Europa ci sarebbe stato dello scontento, ma l’Ue avrebbe potuto gestire l’addio di Atene. Non è successo. Ma il punto è che questo problema è stato sottovalutato. E se sottovaluti i problemi, si ripresentano come un cancro. E’ ciò che stiamo vedendo in Italia oggi. Un’Italexit scuoterebbe l’Ue alle fondamenta. Per questo, ora la domanda è: quando l’Europa e in modo particolare la Germania si sveglieranno e si renderanno conto che hanno davanti una questione esistenziale per l’Eurozona e per l’Ue?”.

Quando? “Molto dipende dagli eventi economici e dall’emergere di determinati politici”, da Donald Trump al governo populista in Italia. L’americano Stiglitz torna indietro al 2012 quando scrisse il libro ‘Il prezzo della disuguaglianza’. “Allora scrissi che se l’America non fa niente per risolvere le disuguaglianze, spunteranno dei demagoghi e ne approfitteranno. Certo, non ho anticipato l’avvento di un politico così negativo come Trump – ride – ma che sarebbero arrivati dei demagoghi era prevedibile”. L’Europa è in tempo per salvarsi? “Se l’Italia lasciasse l’Ue, provocherebbe una tragedia. Ma se l’Italia resta nell’Ue con le attuali regole allora la tragedia avviene in casa: in Italia, recessione. Quindi, la mia speranza è che il resto d’Europa e in particolare la Germania si sveglino e dicano: ‘Lo vediamo dove va questo treno e vogliamo fermarlo'”.

E’ urgente, perché il treno corre a velocità folle verso il precipizio. “L’euro – continua Stiglitz – è nato come un’ideologia fondata su una dimensione puramente economica, sui tassi di interesse. Ma fare in modo che ci sia anche della solidarietà dentro, significa assicurarsi che l’euro funzioni. Ed è questa la mia critica: è necessario andare oltre l’auspicio che l’euro funzioni, devi creare le istituzioni per fare in modo che funzioni. C’è stata troppa fiducia nel fatto che la semplice esistenza di una moneta unica avrebbe funzionato. Ecco non ha funzionato. E questo ha portato la gente ad allontanarsi invece che convergere”.

Si veda la Brexit, argomento del consiglio europeo che inizia oggi a Bruxelles, tema ancora intrappolato in nodi che nessun sembra saper sciogliere. “La Brexit è lo specchio dei fallimenti dell’Europa e dell’Eurozona – dice Stiglitz – Se ci fosse stata prosperità nell’Eurozona, l’entusiasmo di essere parte di questo club sarebbe stato maggiore”. Ma ora che si fa? “La cosa che mi colpisce di più – risponde il Nobel – è che all’epoca del referendum la questione irlandese era assente dal dibattito pubblico. Basti questo per rendere obbligatoria la via di un nuovo referendum. Non c’è niente di male. Nel frattempo la gente ha imparato a conoscere la complessità del problema. E’ come quando fai ricerca: parti dal problema A, poi ti accorgi che invece il problema è B e devi riconsiderare tutto. Ora penso che i britannici si siano resi conto che con la Brexit non gli arrivano i soldi che erano stati promessi: la propaganda dei Brexiteers prometteva denaro che sarebbe tornato al welfare britannico, il che è una bugia e si è capito. Quando ci rendiamo conto che le decisioni prese non stanno più in piedi, vale la pena riordinare le idee. Ecco perchè andrebbe indetto un nuovo referedum sulla Brexit”.

Parola di Stiglitz, sempre più convinto delle storture di questa globalizzazione, modello cui si è arrivati da “Reagan in poi” a partire dagli Usa, modello che, “dopo 40 anni si può dire: è fallito”, dice il premio Nobel, carico di consigli per un’Europa più sociale a due mesi dalle europee. “L’euro funziona solo se i paesi che lo usano sono simili. Ma in Europa non è così, ci sono regimi fiscali che si fanno la concorrenza all’interno della stessa Ue, i paesi si sono allontanati invece che avvicinarsi ed è successo proprio per colpa delle regole dell’euro. Vanno cambiate”.

Fonte: Huffington Post Articolo di A. Mauro del 21 marzo 2019 (qui)

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di liberarsi dell’euro

“Se Donald Trump vuole restituire all’America il suo ruolo egemone, se vuole ‘make America great again’, ma anche se non vuole, dovrà togliere di mezzo l’euro”, liberando l’Europa e il mondo dall’assurdo progetto di una moneta unica che ha dissepolto, senza che se ne sentisse il bisogno, la questione tedesca. E ha così provocato esattamente quello che avrebbe dovuto prevenire.
Il perché ce lo spiega su Goofynomics Alberto Bagnai, occasionalmente in inglese, ma con la chiarezza di sempre.

di Alberto Bagnai, 14 marzo 2017

traduzione di Natalia Milazzo

 

Settantuno anni fa, le potenze dell’Asse persero la seconda guerra mondiale, lasciando agli Stati Uniti l’arduo compito di gestire la vittoria e disegnare una nuova architettura globale. Gli Stati Uniti lo fecero creando istituzioni ambiziose, come il sistema di Bretton Woods e la Nato, e prestando il loro supporto al progetto di integrazione europea. Le istituzioni sono sempre caratterizzate da una notevole inerzia, che da una parte favorisce la stabilità, ma dall’altra ostacola il cambiamento, vitale per rispondere all’evolversi delle condizioni. Questo spiega sia il successo di molti progetti politici, sia il loro crollo finale. Lo stesso discorso si applica anche all’integrazione europea.

La Nato e l’integrazione europea avevano l’obiettivo strategico comune di creare un’alleanza compatta, in grado di opporsi a quella che era allora percepita come una minaccia reale: l’Unione sovietica. L’obiettivo fu centrato. La Nato (non l’Unione europea) garantì all’Europa almeno sessant’anni di pace, mentre l’integrazione economica ebbe un ruolo chiave nel promuovere la prosperità della regione che aveva dominato il mondo, l’Europa.

Poi qualcosa accadde. Il sistema sovietico crollò, e questo – tra le molte altre conseguenze – riportò sulla scena quella che era stata per secoli la causa principale di grandi sofferenze: la difficile relazione tra Francia e Germania. Il panico conseguente alla caduta del muro di Berlino spinse all’assurdo e irrealizzabile obiettivo di una unione politica europea. Per raggiungerlo, fu scelta la peggiore strada possibile, ovvero imporlo attraverso la creazione di una unione monetaria europea. Nessun processo politico non soltanto democratico, ma neppure sensato può essere messo in atto in un’area che non condivide né una lingua comune né una comune identità nazionale. Eppure, nonostante negli Stati Uniti diversi intellettuali di primo piano (da Feldstein a Krugman) lo avessero sconsigliato, per scongiurare il rischio di conflitti intraeuropei si ritenne necessario in Europa combinare un frettoloso matrimonio di convenienza tra Francia e Germania, che ebbe la moneta unica come anello nuziale. Se costruire una casa politica comune iniziando dal tetto dell’unione monetaria sia stato davvero un errore, è molto discusso. Come qualsiasi scelta che riguarda l’economia, l’euro ha avuto un effetto sulla distribuzione dei redditi, creando vittime e vincitori. Questi ultimi, ovviamente, tenderanno a non considerarlo un errore. Se però le opinioni su questo punto possono essere divergenti, sul fatto che l’euro sta crollando il consenso è unanime.

Il motivo del suo fallimento è lo stesso che diede il colpo di grazia agli accordi di Bretton Woods: entrambe le due istituzioni promuovono la nascita di squilibri esterni, anche se per ragioni diverse. Il peccato originale del sistema di Bretton Woods era stato l’adozione della valuta di uno stato come valuta mondiale. Il peccato originale dell’euro è stato l’adozione di una valuta senza stato come valuta regionale. Il loro difetto comune è la presenza di un tasso di cambio fisso, che impedisce l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti. Se, per qualsiasi motivo, questo meccanismo è bloccato, deve essere sostituito da qualcosa d’altro. La vita relativamente lunga del sistema di Bretton Woods era stata garantita dalla regolamentazione dei mercati finanziari e dalla capacità di visione del paese leader, gli Stati Uniti. Di entrambe le cose non c’è traccia in Eurozona, dove è promossa una libertà di movimento dei capitali senza restrizioni, in assenza di qualsivoglia autorità regionale di supervisione, e dove il leader regionale, la Germania, è con ogni evidenza ossessionato da una oltremodo miope smania di accrescere il più possibile il suo surplus esterno.

Questa Wille zur Macht sta oggi presentando il conto. La proposta di Keynes alla conferenza di Bretton Woods ci dà un quadro chiaro di quello che sta accadendo. Keynes aveva proposto di istituire una valuta sovranazionale per il commercio internazionale, il Bancor, emessa da una banca mondiale, che avrebbe fatto pagare un tasso di interesse sui saldi in Bancor sia negativi sia positivi. La ratio a sostegno di questa apparentemente ingiusta simmetria (perché obbligare un creditore a pagare un interesse, invece di riceverlo?) è che sia i debitori sia i creditori internazionali traggono beneficio dalla finanza internazionale: grazie ai crediti internazionali il primo può acquistare beni che in caso contrario non potrebbe permettersi, mentre il secondo può vendere beni che altrimenti resterebbero in magazzino. Proponendo una moneta in questo senso “deperibile”, studiata di proposito per non essere utile ad accumulare valuta, Keynes intendeva scoraggiare il mercantilismo, ovvero la tentazione di tesaurizzare i capitali internazionali invece di reinvestirli nell’economia mondiale, mitigando in questo modo gli effetti potenzialmente destabilizzanti dei tassi di cambio fissi. L’euro ha ottenuto l’effetto opposto. La sua rigidità ha incentivato il mercantilismo, sia spingendo a orientare il commercio a vantaggio dei paesi del nucleo centrale, la cui valuta in termini reali è sottovalutata, sia preservando il valore delle loro attività nette sull’estero.

Ma il presunto vincitore nella gara dell’euro, la Germania, si ritrova ora in un vicolo cieco. Se vuole mantenere in vita l’Eurozona, deve accettare le politiche monetarie estremamente espansive della BCE. Ironicamente, i tassi negativi di Keynes sono tornati sotto mentite spoglie, mettendo sotto pressione i sistemi bancari e pensionistici europei, specialmente in Germania. D’altra parte, una politica monetaria più restrittiva darebbe sollievo ai creditori, ma esattamente per lo stesso motivo provocherebbe il crollo istantaneo dei paesi debitori, rendendo loro ben difficile sostenere il debito. Qualsiasi illusione che un’espansione fiscale possa risolvere questo dilemma si scontra con il fatto che gli stati che hanno bisogno dello stimolo fiscale, cioè le nazioni dell’area europea periferica, sono esattamente gli stessi in cui un aumento dei redditi rilancerebbe il debito estero, tornando a incentivare gli squilibri che hanno provocato la crisi.

La Germania è riuscita a stravincere grazie a manipolazioni del Forex (come il Tesoro Usa ha recentemente riconosciuto), ma ora deve scegliere tra perdere tutto in un colpo (per il collasso dei suoi debitori) o perderlo a poco a poco (a causa di tassi di interesse nulli o negativi). Nel lungo periodo, le scelte economiche irrazionali non hanno vincitori: una cattiva economia non può generare una buona politica. Quello che avrebbe dovuto unire l’Europa oggi la sta lacerando. Il Regno Unito ha deciso di uscire e l’Europa continentale è di fronte a una scelta: o alzare il livello dello scontro o arrendersi all’egemonia della Germania. Gli Stati Uniti, come qualsiasi altro attore a livello globale, devono porsi di fronte a questa realtà: l’euro ha dissepolto senza motivo la questione tedesca, provocando esattamente ciò che avrebbe dovuto prevenire.

Se gli Stati Uniti decidono che a loro conviene avere a che fare con un’Europa politicamente divisa, economicamente a pezzi e socialmente instabile, allora sostenere l’euro è per loro la scelta migliore. Dopotutto, il principio divide et impera (dividi e comanda) ha assicurato a un impero precedente circa cinque secoli di esistenza. Se invece gli Stati Uniti ritengono che un’Europa in buona salute dal punto di vista politico ed economico possa essere un alleato chiave sullo scenario globale, allora dovrebbero promuovere uno smantellamento controllato dell’euro. Disfare l’euro non sarà privo di costi, ma saranno costi comunque inferiori a quelli che comporta l’alternativa, ovvero una stagnazione protratta dell’economia europea e quindi mondiale, oltre al rischio crescente di una grave crisi finanziaria. La stagnazione secolare e i tassi di interesse nulli non sono legati a qualche remota congiunzione astrale: al contrario, riflettono in gran parte le conseguenze sull’economia globale dell’uso di regole europee sbagliate per gestire gli enormi squilibri creati da istituzioni europee viziate in partenza. Benché l’Europa sia in declino, è tuttavia ancora troppo grande per crollare senza provocare enormi problemi all’economia mondiale.

Per quanto capitale politico vi sia stato investito, l’euro è destinato a saltare, come i massimi economisti negli Stati Uniti hanno previsto. La causa più probabile sarà un collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà con sé quello tedesco. È nell’interesse di qualsiasi potere politico, certamente dei vacillanti leader europei, ma probabilmente anche degli Stati Uniti, gestire – piuttosto che subire – questa conclusione.

Fonte: vocidallestero.it 14 marzo 2017

Italexit, unica soluzione. Diciamolo già adesso.

L’Ue procede contro il Governo italiano reo della lesa maestà all’atto di avere osato ambire ad un disavanzo pubblico per il 2019  pari alla miserevole cifra del 2,4 percento sul Pil, ben al di sotto dei parametri di Maastricht e di quanto usualmente sono state aduse a sforare Francia, Germania e altri,  e ben al di sotto del 2,9%  che Renzi un paio di anni fa aveva ventilato pubblicamente in una delle sue inconcludenti sparate contro l’establishment UE.  A Renzi la Commissione replicò con sospiri, tenere  carezze e un abbraccio compassionevole verso il segretario del suo partito prediletto, e  non certo facendo la brutta faccia cattiva di adesso con tanto di schiuma sbavata dalla bocca al grido di ‘ infrazionenn’.

Questa feroce iniziativa è posta sotto l’egida formale dell’ex ministro dell’economia francese Moscovici ed è per me intollerabile per svariate ragioni. Tutti i paesi europei  senza poter vantare, come invece può vantare l’Italia, il salubre indice di un avanzo primario pressoché costante negli ultimi 27 anni, hanno fatto ben di peggio in senso di allargamento della spesa, e per questo non si capisce la ragione tecnica ed asettica attraverso cui questo bullo francese abbia potuto permettersi di concepire una così vile aggressione, cioè l’attuazione di una procedura mai indetta contro nessun paese membro. L’Italia è pure un paese fondatore della UE a cui aderì senza deroghe a differenza di tanti altri, e con un’economia che in realtà come vi spiegherò di seguito, era seconda in Europa e quarta nel Mondo.

Nel mio piccolo ambito di appassionato di politica, di finanza, di storia ed economia  con uno straccio di laurea in Economia, peraltro proprio con tesi sulla Contabilità Nazionale, risultato di cui sono orgoglioso da provinciale italiano di origini meridionali quale evidentemente sono, giudico quanto sta accadendo un infame attacco frontale  al carattere Libero e Democratico della Nostra Repubblica, nonché alla possibilità di un futuro di prosperità e benessere, che mai come oggi vedo oggetto di sanguinolenta malversazione e volontà di arrecare un ingiusto pregiudizio.

Adesso basta !

Non dobbiamo più farci pecore belando delicatamente di piani A e piani B nel timore di urtare i potenti stranieri e farci ancora di più tosare. Forse facendoci troppo pecore in virtù di uno spirito bonario e pacifico, di cui siamo anche oggetto di scherno da secoli da parte di francesi e tedeschi,  attiriamo i lupi e le volpi delle foreste mitteleuropee,  sollecitando i loro istinti più selvaggi, di chiara e distinguibile derivazione barbarica, che la nostra civiltà classica e cristiana a loro generosamente trasmessa dai nostri Avi, non è riuscita completamente  a sopire.

Forse dovremmo pensarci come dei pastori maremmani che sono tanto belli, buoni, cari e anche un po’ buffi, ma che non hanno nessun problema a fare a botte con i lupi quando ciò è inevitabile. Di cosa parliamo? Parliamo di iniziare a realizzare seriamente i presupposti di un’uscita aggressiva da questa fattoria orwelliana che è diventata l’Unione Europea, evenienza di cui vi spiegherò nel seguito e nel senso di quanto debbano essere solo i francesi e i tedeschi a temerla, così come un lupo ha timore quando  vede spuntare all’improvviso, da tutta una moltitudine di pelo bianco che gli fa leccare i baffi,  anche i denti inospitali di un pastore maremmano.

A questa conclusione non si arriva in un giorno e non vi chiedo di prendermi seriamente in considerazione per un unico piccolo scritto. Se volete comprendere il mio punto di vista vi invito a leggere tutta una serie di puntate che ho in mente di scrivere su Imola Oggi, per argomentare il senso della mia necessità  di perorare l’ormai ineluttabile ITALEXIT, cioè l’uscita dell’Italia dalla Unione Europea come Piano A sull’agenda di questo e dei prossimi governi.

Le cose da dire sarebbero così tante che non so nemmeno io da dove cominciare. Credo siamo in un situazione assimilabile ad una crisi coniugale talmente forte e traumatizzante che tutti noi, me compreso,  abbiamo bisogno di tempo per accettare la durissima realtà di un’unione insana che ci ha riservato grandi torti, violenze fisiche e psicologiche, malversazioni di vario genere, fino al diabolico disegno di distruggerci istillando nella nostra mente il senso di colpa di un debito di carattere economico e morale inesistente, concepito per depredarci ancora di più di quanto già sia stato fatto. E’ dura anche per me  elaborare questa necessità di rompere una relazione stretta con un essere, quale l’Unione Europea di oggi, che nulla ha da spartire con le meravigliose sembianze prospettate da Mazzini, da  De Gasperi o Spinelli, e che i nostri occhi faticano a vedere per quello che in realtà è, in quei tratti mostruosamente  spregevoli  di  caratura giacobina e nazista. Diciamo che siamo un po’ nella situazione di  quella donna che recandosi in ospedale piena di lividi e  fratture dopo una dura giornata di lavoro, perché è stata gratificata dal marito con una bella ‘caduta dalle scale’, non sa ancora se confermare in un verbale per l’ennesima volta l’ipocrita circostanza oppure disconoscerla denunciando l’abuso,  superando il timore di affrontare le conseguenze e le incertezze del caso.

In questa puntata non vi parlerò di come le banche italiane e gli azionisti siano stati derubati, di macelleria aziendale a beneficio dei lupi della finanza, dei genitori 1 e 2 e di uteri in affitto,  di disoccupazione e povertà dilagante, di suicidi per motivi economici, di stupri commessi da migranti con carte di credito Soros Card, di radici  e principi cristiani ripudiati,  o del ennesimo comandamento europeo di consentire in Italia la produzione di formaggio senza latte, bensì vi parlerò di una serie di dati incontestabili che dimostrano come e quanto  l’Unione Europea sia stato solo un artificio per depredarci.

Vedendo cosa accaduto alla nostra economia dal 1992, insieme a Francia e Germania, sfido chiunque a non rilevare questo fenomeno, cioè una crescita economica che al nostro popolo è stata scientemente negata, schiacciata, depressa, oppressa, giustappunto  malmenata a partire dal 1992, l’anno dell’attacco di Soros alla Lira e soprattutto di Maastricht e dei suoi parametri di stabilità finanziaria dei conti pubblici. Dieci anni dopo,  nel 2002, il turpe proposito dell’introduzione dell’Euro ottenuta da Prodi in malissimo modo, ha registrato un ulteriore cambio di marcia nel senso di un’accelerazione della razzia perpetrata a nostro diretto danno dall’Asse Franco Tedesco.

Guardate attentamente questa tabella e rimarrete sbalorditi quando la capirete.

PIL(espresso in migliaia di miliardi USD ogni 5 anni dal 1991) dei tre paesi più importanti della  UE; e delta Pil Germania e Francia rispetto al Pil Italia

In questo grafico vediamo quello che il nostro popolo ha guadagnato anno per anno, e quello che hanno guadagnato i tedeschi e i francesi.  Per avere un’idea di come sia importante capire questi numeri dovete pensare al Pil come alle vostre entrate economiche ogni anno, perché il Pil in astratto  è la ricchezza che tutti noi ci siamo trovati in mano concretamente, anche se in verità non è tutta la ricchezza reale, perché molti di noi italiani hanno l’abitudine di produrre ricchezza in nero non conteggiabile perciò in questi numeri.  Il dato da comprendere è quello del 1991, precedente a Maastricht,  in cui gli italiani erano anche un po’ più ricchi dei francesi , visto il differenziale tra i due Pil che era di appena 27 miliardi di $ per i francesi ma spalmato su una popolazione di 5 milioni di abitanti in più, e con un’economia in nero sicuramente di molto inferiore alla nostra.

Cosa dobbiamo soppesare oggi?  Dobbiamo soppesare un differenziale di Pil Francia e Italia pari a 0,72 migliaia di miliardi di dollari creato tra il 1992 e il 2017, cioè 693 miliardi di dollari di ricchezza in più a vantaggio dei francesi rispetto ai dati de 1991, e di ben 1.190 miliardi di $ per i tedeschi!

Per dare un senso divulgativo di immediata comprensione dimensionale a questi numeri, rapportiamoci alla sola Francia, una paese molto simile all’Italia.  Considerate bene il valore di  693 miliardi di dollari che diviso per 60 milioni di italiani fa poco più di 11.500$ a testa, che per un nucleo familiare tipo di 4 persone, ammonta a circa 40.000 euro di furto per ogni nucleo familiare nel senso di una mancata ricchezza prodotta in Italia ogni anno,  rispetto a quanto sarebbe stato lecito prospettare stante la situazione di partenza in ingresso a Maastricht e successivamente in regime di sovranità monetaria Euro. Facendo lo stesso ragionamento con il differenziale di Pil tedesco, più critico in senso di rigore ancorché con scopo divulgativo, sia  in virtù di oltre 22 milioni di abitanti in più della Germania sia del passaggio occorso in quegli anni di parte della Germania da un regime comunista ad uno capitalista, questi calcoli di raffronto 1991-2017 darebbero risultati ancora più smaccatamente evidenti, ma è inutile qui proporli,  poiché  il senso di quello che voglio denunciare credo sia già molto chiaro.

Osservo comunque l’accelerazione di questa forbice di crescita su due livelli, quello dei ricchi, francesi e tedeschi, e quello dei nuovi poveri, cioè noi, che si registra con l’introduzione dell’euro (2002) e del dominio della BCE, una tendenza che ci ha visto soccombere non solo rispetto alla Francia e alla Germania, ma rispetto a tutti i paesi della UE, eccetto soltanto la sfortunata Grecia, presa a mazzate come noi, ma molto più fragile strutturalmente. La Grecia è un esempio di martirio resosi necessario come monito e avvertimento nei nostri diretti confronti, come hanno pubblicamente minacciato alcuni commissari UE asserendolo proprio letteralmente.

Il grafico sottostante spiega questa situazione  di gap italiano rispetto a tutti i paesi membri.

Sarebbe bello conoscere come gli eurofans spieghino questa enorme stortura all’insegna della loro UE così salvifica e catartica nei suoi propositi di fratellanza: i biglietti Erasmus Felicity per accedere al meraviglioso futuro  della UE non sono arrivati  qui per colpa dei ritardi  Alitalia?

Prima di chiudere questa  prima puntata lasciatemi un excursus storico in cui credo si possa cogliere il senso profondo dei fatti politici dal 1991 in poi, e che oggi sono il continuo di una paradigmatica malversazione geopolitica nell’alveo di un corso e ricorso storico di cui Gianbattista Vico ci disse attraverso il suo genio.

Nel 1991 l’Italia era un nano politico come sempre nella sua storia dalla Roma Antica in poi, ma aveva un’economia straordinaria con un PIL  uguale a quello della Francia e solo di poco leggermente inferiore, sebbene avesse una popolazione inferiore a quella francese di circa 5 milioni di abitanti, e al contrario dei transalpini non avesse una cultura prevaricatrice che li porta da secoli a depredare 14 stati africani già in condizione di povertà.  Il reddito procapite degli italiani era più alto di quello dei francesi sebbene l’Italia pagasse pure un tributo politico alla Grandeur della Francia acquistando la loro energia a prezzi esageratamente cari, senza considerare  anche il risvolto di una quota PIL in nero che i francesi non avevano e non hanno rispetto agli italiani. Nel 1991  con la piccola liretta e il nostro staterello democratico pieno di vizi ma anche di virtù, non eravamo la 5° potenza economica al Mondo come si diceva per non urtare Mitterandt e compagnia bella, ma la 4° a scapito della Francia. Oggi, il dubbio se essere 4° o 5° non esiste più grazie al sogno Ue e all’euro di Prodi,  Ciampi e Draghi, che ci hanno fatto precipitare in condizione di povertà cogente.

L’Ue a ben vedere non è nulla di nuovo. Essa ha solo ripristinato antichi equilibri e infatti negli ultimi 26 anni siam stati calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi, come ci insegnò Mameli nel nostro meraviglioso e coltissimo inno nazionale. Nel 1797, ad esempio, la prima cosa che fece Napoleone giunto in Italia mentre Ugo Foscolo scriveva le sue raffinate e speranzose pagine,  fu depredare il banco di San Giorgio di Genova le cui centinaia di tonnellate di oro frutto di 400 anni di commerci della Repubblica genovese finirono nelle mani dei Rothschild a Parigi, che così diventarono i banchieri più potenti da allora in poi. Si, certo, poi Napoleone favorì anche le Repubbliche Cispadane che confluirono nel sogno della Repubblica Cisalpina, con tanti bei principi e chiacchiere che si dissolsero nel nulla, come pure la dinastia Savoia, nel cui Regno si emetteva la vecchia Lira, quella genovese depauperata a beneficio del Franco, cosa fecero alle popolazioni del Sud Italia con altro patrocinio transalpino?  Stessa sorte dei genovesi nel 1797, quando i piemontesi,  patrocinati dai francesi e dal ramo inglese dei Rothschild,  presero possesso del Regno delle due Sicilie grazie allo show del pupazzetto Garibaldi, e subito dopo il 1861 i francesi depauperarono attraverso i piemontesi il Banco di Napoli, una realtà che aveva una forza finanziaria in oro pari a 20 volte quella di Torino. Giova sapere sulla forza economica del Regno Borbonico che  Carl Rothschild, fratello di James il  francese, e Nathan l’inglese, fu spedito a Napoli dal Padre il quale riconobbe così tra i Regni prosperi e potenti del tempo dopo Inghilterra e Francia, quello dell’Italia Meridionale, però il povero Carl  non riuscì a prevalere nel senso di depredare i banchieri napoletani,   così come erano riusciti a fare i suoi fratelli in Francia e Inghilterra. Credo che ciò abbia fatto maturare in tutta la famiglia oggi trillionaria, un profondo odio viscerale verso l’intelligenza e lo spirito indomabile degli italiani in genere, e dei meridionali, ritenuti ancora più ingovernabili,  in particolare modo.

Quell’oro del Regno di Napoli finì in quota parte a Parigi e fortunatamente in qualche parte rimase nel Nord Italia. Dobbiamo dare atto al Regno di Italia di aver sviluppato nel suo vertice triangolare Torino, Genova e Milano un grande miracolo economico ad inizio del 1900 profittando della miracolosa sconfitta francese del 1871 nella guerra Franco Prussiana, che fece mollare il morso vampiresco dei finanzieri francesi al collo dei popoli italiani manifestatosi attraverso le scelleratezze della Destra storica di Sella. Queste politiche di austerity massacrarono il futuro di mezza Italia con le tasse concepite per il pareggio di bilancio sostanziato nella necessità di pagare debiti fittizi ai Rothschild. Cosa accadde al Sud dopo il 1861 è cosa nota, e l’arretratezza ci fu pure attribuita a tutti noi meridionali come una colpa da espiare, anche a me, nato 110 anni dopo  l’impresa di Garibaldi.

Esattamente come accaduto allora, tutta l’Italia rischia di essere nella sua interezza depredata e maciullata per  tutto il prossimo secolo.  La truffa del debito pubblico,  lo spread e queste letterine di richiamo o procedura, di cui vi dirò meglio nella prossima puntata, possono seriamente devastarci.

Io non ho votato 5 Stelle e alla Camera neanche Lega, ma non ho difficoltà a schierarmi dalla parte del Governo degli italiani contro questa UE franco tedesca di usurai e banditi. Chi sta con Moscovici e con i board bancari di cui non capisce l’etica folle, come spiegherò nella prossima puntata, tifa di fatto per il default tecnico, un meccanismo che si può generare proprio con il pareggio di bilancio a cui vogliono costringerci obtorto collo.

In questi ultimi 5 anni di Austerity del Pd dal 2013 ad oggi, il Pil italiano è cresciuto pochissimo mentre quelli francese e tedesco sono cresciuti molto di più, anche grazie a profitti finanziari generati scorticandoci vivi e facendo registrare un aumento costante del debito pubblico, in una spirale viziosa che vede oltre 300 miliardi di euro di debito attribuibili a 5 anni di PD.

Ci vuole tanto a capire che UE e questi parametri significano  USURA Europea?

Il disegno è quello di portare i conti pubblici italiani ad un livello di debito che non sia solo di 2.300 mld ma ben oltre, così giustificando il pignoramento forzoso dall’estero di buona parte dei 4.400 mld di risparmi privati che gli italiani, a differenza di francesi e tedeschi, hanno in banca senza un significativo debito del settore privato. Si tratta di una bistecca enorme e prelibata.  La Bundesbank, stupidamente  lo ha già detto papale papale ipotizzando una patrimoniale d’imperio bancario in stile Bail in/out. E’ vergognosa questa richiesta perché in poche parole UE significa il disegno di un esproprio di ricchezza reale generata con lavoro e risparmio, per coprire un debito cresciuto con emissioni di moneta a debito, cioè senza valore in origine e senza creditore legittimo, oltre ad un assommarsi  di interessi che si sono autoalimentati in una spirale usuraia.

Dobbiamo accettare questo scempio porgendo i nostri polpacci e le braccia dei nostri infanti  al morso dei lupi franco tedeschi?  Abbiamo già pagato per anni interessi per ammontare con punte spaventose di 80-90 miliardi, per il 90%   a banche e Fondi che ci hanno prestato soldi del Monopoli, e che hanno il nostro debito pubblico in mano per il 94 percento con un fine vorace ben preciso. Abbiamo pagato una volta e mezzo il debito pubblico di 17 anni fa in uno scenario di inflazione prevalentemente molto bassa e non basta? Questo Governo, limitato e criticabile come si voglia,  ha chiesto solo un qualche decimale  di deficit, e questi ci attaccano in questo modo inusitato?

Forse  sarà la classica goccia che farà traboccare il vaso, per il momento io ho già sbroccato: ITALEXIT, per me, unica soluzione.

Fonte: imolaoggi.it Articolo di G. Landi del 22 novembre 2018

L’euro è un’arma di disoccupazione di massa. Non si può svalutare la moneta, si svaluta il lavoro.

Dal sito del Movimento 5 Stelle un articolo sulla piena occupazione ed il limite posto dalla moneta europea del 2015. Un altro buon motivo per uscire dalla gabbia europea. Un altro motivo per chiedere al Governo M5S-Lega di attivare ogni iniziativa di salvezza nazionale.

La piena occupazione senza sovranità monetaria è impossibile. I dati sulla disoccupazione nell’eurozona sono drammatici: a fine 2014 si segnava un tasso medio dell’11,4%, con punte del 12,9% in Italia, del 13,5% in Portogallo, del 24,2% in Spagna e del 26,2% in Grecia. Circa 25 milioni di disoccupati in Europa e più di 3 milioni in Italia. E stiamo parlando di dati parziali, che non tengono conto di chi è disoccupato ma non cerca più un lavoro, mentre contano fra gli occupati anche i moltissimi lavoratori sottoccupati e precari. Il tasso di disoccupazione realistico dell’Italia si aggira infatti intorno al 22% e i disoccupati effettivi sono circa 6 milioni. Numeri da dopoguerra. E non si tratta di una calamità naturale, ma di una lotta furiosa che vede schierati da una parte grande industria e finanza e dall’altra lavoratori e piccola-media impresa. Se a trionfare, oggi, sono istituti finanziari e multinazionali è soprattutto grazie all’euro.

L’euro non è solo una moneta, ma un “metodo di governo” (Bagnai). Il motivo è semplice: una moneta unica per economie molto diverse genera squilibri che prima o poi portano alla crisi dei Paesi meno sviluppati. Lo squilibrio principale che l’euro favorisce è dal lato commerciale (esportazioni e importazioni di merci e servizi). Se ai Paesi meno sviluppati si toglie la possibilità di svalutare la propria moneta quando necessario per mantenere esportazioni e importazioni in equilibrio, si accumuleranno anno dopo anno disavanzi commerciali (importazioni maggiori delle esportazioni).

Per continuare a importare più di quello che si esporta è necessario, dentro l’euro, prendere moneta estera a prestito, perché quella ottenuta con le esportazioni è insufficiente. Ecco allora che il debito estero – in parte pubblico e in parte di famiglie, banche e imprese – si espande. La crisi inizia quando per qualche motivo i prestiti esteri si interrompono e devono essere restituiti (è successo nel 2008 a causa della crisi finanziaria americana che ha contagiato le borse europee).

A questo punto un Paese fortemente indebitato con l’estero e senza la possibilità di svalutare la moneta è costretto a svalutare i salari. In qualche modo, infatti, i prezzi delle proprie merci e dei propri servizi devono risultare più convenienti per i compratori esteri, così che le esportazioni tornino a salire e non ci sia più bisogno di indebitamento estero. Se non lo si può fare diminuendo il valore esterno della moneta (svalutazione), è obbligatorio tagliare il costo del lavoro (salari soprattutto).

E qui entra in gioco la disoccupazione di massa! La vera funzione della disoccupazione è tagliare lo stipendio ai lavoratori e competere globalmente sulla loro pelle. Se la disoccupazione è molto alta, infatti, i lavoratori avranno molto meno potere contrattuale, perché in tanti si contenderanno i pochi posti disponibili. L’imprenditore potrà quindi giocare al ribasso con stipendi e diritti. Ed ecco spiegato il Jobs Act e la disoccupazione al 13%. Bisogna dire che se il piccolo imprenditore è costretto a tagliare i costi, il grande imprenditore potrebbe mantenere i profitti, ma taglia i salari per gonfiare i suoi utili.

A dimostrare che tutto ciò non se lo inventa il M5S, c’è un parametro economico molto usato dalle istituzioni europee: il NAIRU (Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment), che si traduce con Tasso di Disoccupazione che Non Accelera l’Inflazione. Il Nairu fissa per ogni Stato il tasso di disoccupazione “naturale” grazie al quale i prezzi non salgono, e quindi la competitività delle merci rimane intatta. Per l’Italia il Nairu fissa la disoccupazione intorno al 12-13%.

A parte l’ipocrita retorica contro la disoccupazione, anche questo Governo amico delle banche ha un solo vero obiettivo di politica economica: rispettare il NAIRU. A dimostrarlo c’è il Documento di Economia e Finanza 2015 (Def), nel quale il Governo fissa come obiettivo programmatico un tasso di disoccupazione al 12,3% nel 2015 e ancora all’11% nel 2019, ben sapendo che le previsioni sono sempre ottimistiche e i dati reali saranno ancora più tragici. Mettetevi il cuore in pace: con l’euro e i suoi fedeli servitori nazionali di qui al 2020 non ci sarà un solo posto di lavoro in più. Una disoccupazione di massa è per sempre.

Fonte: movimento5stelle.it Post del 07/05/2015.

Euro, studio tedesco: “La Germania ci ha guadagnato più di tutti. Per gli italiani perdita di 73mila euro pro capite”

Un rapporto del Centrum für europäische Politik stima in 23mila euro pro capite l’impatto positivo della moneta unica per i tedeschi tra 1999 e 2017. Seguono gli olandesi con 21mila euro di guadagni. Roma e Parigi guidano invece la classifica dei “perdenti”. I numeri sono ricavanti confrontando l’andamento del pil con quello di altri Stati che non hanno adottato l’euro e che in precedenza avevano performance economiche simili.

La Germania e i Paesi Bassi hanno tratto enormi benefici dall’euro nei vent’anni trascorsi dalla sua introduzione, mentre per quasi tutti gli altri membri la moneta unica ha rappresentato un freno alla crescitaeconomica. E l’Italia è il Paese in cui la moneta unica ha avuto i maggiori effetti negativi: senza l’euro, tra 1999 e 2017 il pil del Paese sarebbe aumentato di 4.300 miliardi di euro in più, pari a 73.600 euro pro capite. Sono le conclusioni a cui arriva lo studio 20 years of the euro: winners and losers del think tank tedesco Centrum für europäische Politik (Cep), secondo cui i Paesi membri che hanno promosso l’ortodossia di bilancio e criticato il salvataggio dei Paesi più indebitati sono stati i maggiori beneficiari della valuta unica. Dietro l’Italia nella classifica dei più penalizzati c’è la Francia, con una perdita di 56mila euro pro capite. Al contrario, i tedeschi grazie all’ingresso nell’Eurozona si ritrovano più ricchi di 23mila euro pro capite e gli olandesi di 21mila.

“In nessun altro Paese tra quelli esaminati”, si legge nella scheda sull’Italia, “l’euro ha causato simili perdite di prosperità. Questo è dovuto al fatto che il pil pro capite italiano ha ristagnato da quando è stato introdotto l’euro. L’Italia non ha ancora trovato un modo per essere competitiva all’interno dell’Eurozona. Nei decenni prima dell’euro il Paese a questo fine svalutavala sua moneta. Dopo l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. Sarebbero state necessarie riforme strutturali. La Spagna mostra come queste riforme possano ribaltare il trend negativo”.

Il report, firmato da Alessandro Gasparotti e Matthias Kulas, stima i guadagni e le perdite di pil determinati dall’ingresso nell’area euro con un metodo definito “controllo sintetico”. In pratica si tratta di confrontare le performance dei Paesi che sono entrati con quelle di diversi altri Stati che non hanno adottato l’euro e negli anni precedenti avevano registrato trend economici molto simili a quelli del Paese considerato. Lo studio si concentra otto paesi su 19 dell’area euro, quelli in cui c’è stato un lungo gap tra ingresso nella Ue e introduzione dell’euro, perché negli altri casi il risultato avrebbe potuto essere “distorto dall’ingresso nellUe e nel suo mercato unico”. I ricercatori specificano che il metodo non tiene conto di eventuali riforme messe in campo nei Paesi considerati. 

Per l’Italia il gruppo di controllo è costituito da Gran Bretagna (con un peso del 63,2%), Australia (31%)), Israele (3,8%) e Giappone (2%), scelti perché nel periodo pre euro avevano pil pro capite non troppo diversi da quelli italiani. L’economia tedesca è stata invece messa a confronto con un paniere che comprendeva il Bahrain, il Giappone e la Gran Bretagna.

Nel solo 2017, sostiene lo studio, il fatto di far parte dell’Eurozona ha avuto un impatto positivo di 280 miliardi per la Germania e un impatto negativo di 530 miliardi per l’Italia, pari a 8.700 euro pro capite. Gli effetti cumulati sulla prosperità nel periodo 1999-2017 – il 1999 è l’anno di debutto dell’euro sui mercati finanziari, anche se come moneta sarebbe entrato in circolazione solo nel 2002 – sono calcolati sommando i dati pro capite di ogni anno e “moltiplicando i risultati per il tasso di consumo medio nazionale del Paese” nel periodo prima dell’ingresso nell’euro.

La Grecia, si legge nel rapporto, “ha guadagnato molto nei primi anni dopo l’introduzione dell’euro, ma dal 2011 ha sofferto enormi perdite. Sull’intero periodo, il bilancio è lievemente positivo, per 2 miliardi o 190 euro per abitante”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it