Giù le mani dall’oro di Bankitalia. Parola di Draghi. Salvini: “L’oro è di proprietà degli italiani, non di altri”. Ma ora serve una legge.

E’ arrivata la risposta del Governatore della Banca centrale europe ad una interrogazione dei parlamentari europei  Zanni (Lega) e Valli (ex M5S).

Eurotower ha diritto di “approvare le operazioni” sulle riserve rimaste nelle banche nazionali.

C’è la firma di Mario Draghi sulla risposta scritta (qui) all’interrogazione degli europarlamentari Marco Valli (eletto con M5S, ma recentemente espulso) e Marco Zanni (Lega) sul tema della proprietà legale delle riserve auree di Banca d’Italia, in cui il presidente afferma che la Bce ha il “pieno diritto di detenere e gestire le riserve in valuta che le vengono trasferite e di utilizzarle per gli scopi indicati nello Statuto”.

La Bce fa riferimenti normativi – il Trattato sul funzionamento dell’Ue e lo Statuto del Sebc (Sistema europeo di banche centrali) – e ribadisce “l’indipendenza della Bce e delle banche centrali nello svolgimento di qualsiasi azione connessa alla detenzione e alla gestione delle riserve ufficiali”. In Italia a guidare una battaglia per fare chiarezza circa la proprietà delle riserve auree e definire in modo inequivocabile che le stesse sono del popolo italiano è il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi.

Lo Statuto del Sebc, scrive Draghi nella risposta, contiene poi ulteriori disposizioni sulle competenze della Bce.

L’articolo 30 prevede che tutte le banche centrali trasferiscano un determinato ammontare di attività di riserva in valuta, ivi incluse riserve auree, alla Bce in proporzione alle rispettive quote di partecipazione al capitale di quest’ultima, riconoscendo altresì alla Bce la facoltà di effettuare ulteriori richieste di attività di riserva in valuta, se necessario. L’articolo 30 stabilisce altresì che “la Bce ha il pieno diritto di detenere e gestire le riserve in valuta che le vengono trasferite e di utilizzarle per gli scopi indicati [nello] Statuto”. Inoltre, ai sensi dell’articolo 31 dello Statuto del Sebc, la Bce approva le operazioni aventi per oggetto attività di riserva in valuta che restano alle banche centrali nazionali dopo i trasferimenti di cui all’articolo 30, nonché le operazioni degli Stati membri aventi per oggetto le loro attività di riserva in valuta estera dei saldi operativi, eccedenti un determinato limite. La finalità di tale competenza è assicurare la coerenza con le politiche monetaria e del cambio dell’Unione”.

Lo scorso febbraio, il Vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva dichiarato che: “L’oro è di proprietà degli italiani, non di altri. Non ho studiato bene l’idea di usare l’oro per sterilizzare l’Iva, ma l’importante è che sia certificato che quell’oro è degli italiani”.

La risposta di Draghi rappresenta una ulteriore conferma che è urgente che il Parlamento italiano determini, con una legge, che le riserve auree, ovunque detenute, siano di proprietà del popolo italiano.

Fonte: huffingtonpost.it

Waigel: “Se l’Italia esce dall’Euro, la Germania crolla, e l’Italia vola!”

Theo Waigel è stato per dieci anni Ministro delle Finanze di Helmut Kohl. Il 21 giugno 2018 ha rilasciato un’intervista a T-Online. Questo è un frammento delle sue dichiarazioni.

Intervistatore: “I sondaggi sull’uscita dalla UE mostrano che se si chiedesse ai francesi e ad altri, vincerebbe chi vuole uscire, con uno scarto minimo. Secondo lei da dove viene questa disaffezione per l’UE?
Theo Waigel: “Al grado di sviluppo della globalizzazione e dei mercati aperti cui siamo arrivati – che non è più reversibile -, ci sono forze che si oppongono, sostenendo la necessità di ritornare ai confini e alle regolamentazioni nazionali, che prima funzionavano bene, per tornare ad appropriarsi delle proprie capacità decisionali“.
Intervistatore: “E cosa gli si può rispondere?
Theo Waigel: Gli si può rispondere in modo del tutto chiaro quali svantaggi ne scaturirebbero. Se la Germania oggi uscisse dall’unione monetaria, allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% e il 30% del marco tedesco – che tornerebbe nuovamente in circolazione -. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, o per il nostro bilancio federale“.
L’euro conviene alla Germania, ecco perché ci restiamo dentro. Va da sè che se il marco diventasse sconveniente, la lira diventerebbe conveniente per i mercati, per gli investitori e per i consumatori. Queste cose i commentatori nazionali non ve lo dicono. Queste notizie ai telegiornali non passano. Per chi lavora la stampa italiana? Per chi lavora la politica italiana? Per l’Italia o per Berlino? Se lavorasse per gli italiani, interviste come queste sarebbero in prima pagina su tutti i quotidiani, in luogo dello spettro dell’inflazione, e la gente inizierebbe a trarne le conclusioni.
In Germania, invece, non si fanno problemi a dirlo con chiarezza. Anche perché hanno interessi opposti. Ci fu anche un pezzo dello Spiegel Onlineche io riportai puntualmente sul blog, datato 13 giugno 2012 (ben 4 anni fa), che lo disse con altrettanta chiarezza:
« Con un’uscita dall’Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti Target 2 intraeuropei.
E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda.
Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro. »

Stiglitz: “Italexit? Se Roma esce è una tragedia per Ue, se resta è tragedia in Italia. Berlino si svegli”

“E’ l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese. Ma, d’altra parte, l’Italia deve stare con gli occhi aperti…”. Shock. Qui non è Luigi Di Maio che parla o Matteo Salvini o qualche sovranista arrabbiato con l’Unione Europea. Questo è il ragionamento che fa il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz. Lo incontriamo di primo mattino a Bruxelles, prima della presentazione del suo libro ‘Rewriting the rules of the European Economy’, scritto con la collaborazione di altri economisti e soprattutto con la Feps, la Fondazione per gli studi europei vicina ai socialisti. Come sempre, Stiglitz esce dal selciato praticato dai politici, benché stavolta ci sia proprio vicino: in mattinata presenta il libro con il Commissario europeo per gli Affari Economici Pierre Moscovici. Ma il premio Nobel, che l’anno scorso consigliò all’Italia addirittura di uscire dalla zona euro, continua a sorprendere. “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia…”, dice Stiglitz, libero com’è dalle appartenenze. Ossigeno.

E allora, gli parliamo del memorandum che il governo Conte sta per firmare con Pechino tra le polemiche partite da Washington e rimbalzate nelle Cancellerie europee. Stiglitz parte dalle prime ricette di austerity applicate alla Grecia nel 2010: “Alla Grecia furono promessi fondi e crescita. Non sono arrivati né gli uni, né gli altri. Quindi, siccome l’Europa non mette in campo fondi per crescere, un paese che è in stagnazione, recessione, depressione che deve fare? E’ l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese. Ma, d’altra parte, l’Italia deve stare con gli occhi aperti, individuare i rischi di una trattativa coi cinesi. Alle spalle abbiamo già degli esempi drammatici: lo Sri Lanka e la Malaysia, dove l’aiuto cinese diede luogo a fenomeni di profonda corruzione. Ecco, speriamo che l’Italia abbia imparato da queste lezioni e concordi per bene con Pechino i termini di tutto l’accordo. Roma deve trattare con attenzione”.

A pochi mesi dalle europee, Stiglitz sforna questo testo che chiede all’Europa di darsi una mossa, di riformare l’eurozona, di farlo “interpretando i trattati, capisco che è complicato cambiarli – dice – ma si possono interpretare diversamente, è possibile”. Anche perché l’Ue è fuori tempo massimo. Si prenda il caso dell’Italexit. Sì, perché Stiglitz non lo considera escluso: per lui è ancora un caso, seppure ipotetico. L’anno scorso aveva suggerito all’Italia di lasciare l’eurozona, oggi resta della stessa idea se le cose non dovessero cambiare nell’Unione.

Anche qui, il Nobel parte dal caso greco. “L’Europa – dice – non vive una condizione molto differente dal 2015, quando si parlava di Grexit. Ma la Grecia è un piccolo paese, se avesse lasciato l’Europa ci sarebbe stato dello scontento, ma l’Ue avrebbe potuto gestire l’addio di Atene. Non è successo. Ma il punto è che questo problema è stato sottovalutato. E se sottovaluti i problemi, si ripresentano come un cancro. E’ ciò che stiamo vedendo in Italia oggi. Un’Italexit scuoterebbe l’Ue alle fondamenta. Per questo, ora la domanda è: quando l’Europa e in modo particolare la Germania si sveglieranno e si renderanno conto che hanno davanti una questione esistenziale per l’Eurozona e per l’Ue?”.

Quando? “Molto dipende dagli eventi economici e dall’emergere di determinati politici”, da Donald Trump al governo populista in Italia. L’americano Stiglitz torna indietro al 2012 quando scrisse il libro ‘Il prezzo della disuguaglianza’. “Allora scrissi che se l’America non fa niente per risolvere le disuguaglianze, spunteranno dei demagoghi e ne approfitteranno. Certo, non ho anticipato l’avvento di un politico così negativo come Trump – ride – ma che sarebbero arrivati dei demagoghi era prevedibile”. L’Europa è in tempo per salvarsi? “Se l’Italia lasciasse l’Ue, provocherebbe una tragedia. Ma se l’Italia resta nell’Ue con le attuali regole allora la tragedia avviene in casa: in Italia, recessione. Quindi, la mia speranza è che il resto d’Europa e in particolare la Germania si sveglino e dicano: ‘Lo vediamo dove va questo treno e vogliamo fermarlo'”.

E’ urgente, perché il treno corre a velocità folle verso il precipizio. “L’euro – continua Stiglitz – è nato come un’ideologia fondata su una dimensione puramente economica, sui tassi di interesse. Ma fare in modo che ci sia anche della solidarietà dentro, significa assicurarsi che l’euro funzioni. Ed è questa la mia critica: è necessario andare oltre l’auspicio che l’euro funzioni, devi creare le istituzioni per fare in modo che funzioni. C’è stata troppa fiducia nel fatto che la semplice esistenza di una moneta unica avrebbe funzionato. Ecco non ha funzionato. E questo ha portato la gente ad allontanarsi invece che convergere”.

Si veda la Brexit, argomento del consiglio europeo che inizia oggi a Bruxelles, tema ancora intrappolato in nodi che nessun sembra saper sciogliere. “La Brexit è lo specchio dei fallimenti dell’Europa e dell’Eurozona – dice Stiglitz – Se ci fosse stata prosperità nell’Eurozona, l’entusiasmo di essere parte di questo club sarebbe stato maggiore”. Ma ora che si fa? “La cosa che mi colpisce di più – risponde il Nobel – è che all’epoca del referendum la questione irlandese era assente dal dibattito pubblico. Basti questo per rendere obbligatoria la via di un nuovo referendum. Non c’è niente di male. Nel frattempo la gente ha imparato a conoscere la complessità del problema. E’ come quando fai ricerca: parti dal problema A, poi ti accorgi che invece il problema è B e devi riconsiderare tutto. Ora penso che i britannici si siano resi conto che con la Brexit non gli arrivano i soldi che erano stati promessi: la propaganda dei Brexiteers prometteva denaro che sarebbe tornato al welfare britannico, il che è una bugia e si è capito. Quando ci rendiamo conto che le decisioni prese non stanno più in piedi, vale la pena riordinare le idee. Ecco perchè andrebbe indetto un nuovo referedum sulla Brexit”.

Parola di Stiglitz, sempre più convinto delle storture di questa globalizzazione, modello cui si è arrivati da “Reagan in poi” a partire dagli Usa, modello che, “dopo 40 anni si può dire: è fallito”, dice il premio Nobel, carico di consigli per un’Europa più sociale a due mesi dalle europee. “L’euro funziona solo se i paesi che lo usano sono simili. Ma in Europa non è così, ci sono regimi fiscali che si fanno la concorrenza all’interno della stessa Ue, i paesi si sono allontanati invece che avvicinarsi ed è successo proprio per colpa delle regole dell’euro. Vanno cambiate”.

Fonte: Huffington Post Articolo di A. Mauro del 21 marzo 2019 (qui)

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di liberarsi dell’euro

“Se Donald Trump vuole restituire all’America il suo ruolo egemone, se vuole ‘make America great again’, ma anche se non vuole, dovrà togliere di mezzo l’euro”, liberando l’Europa e il mondo dall’assurdo progetto di una moneta unica che ha dissepolto, senza che se ne sentisse il bisogno, la questione tedesca. E ha così provocato esattamente quello che avrebbe dovuto prevenire.
Il perché ce lo spiega su Goofynomics Alberto Bagnai, occasionalmente in inglese, ma con la chiarezza di sempre.

di Alberto Bagnai, 14 marzo 2017

traduzione di Natalia Milazzo

 

Settantuno anni fa, le potenze dell’Asse persero la seconda guerra mondiale, lasciando agli Stati Uniti l’arduo compito di gestire la vittoria e disegnare una nuova architettura globale. Gli Stati Uniti lo fecero creando istituzioni ambiziose, come il sistema di Bretton Woods e la Nato, e prestando il loro supporto al progetto di integrazione europea. Le istituzioni sono sempre caratterizzate da una notevole inerzia, che da una parte favorisce la stabilità, ma dall’altra ostacola il cambiamento, vitale per rispondere all’evolversi delle condizioni. Questo spiega sia il successo di molti progetti politici, sia il loro crollo finale. Lo stesso discorso si applica anche all’integrazione europea.

La Nato e l’integrazione europea avevano l’obiettivo strategico comune di creare un’alleanza compatta, in grado di opporsi a quella che era allora percepita come una minaccia reale: l’Unione sovietica. L’obiettivo fu centrato. La Nato (non l’Unione europea) garantì all’Europa almeno sessant’anni di pace, mentre l’integrazione economica ebbe un ruolo chiave nel promuovere la prosperità della regione che aveva dominato il mondo, l’Europa.

Poi qualcosa accadde. Il sistema sovietico crollò, e questo – tra le molte altre conseguenze – riportò sulla scena quella che era stata per secoli la causa principale di grandi sofferenze: la difficile relazione tra Francia e Germania. Il panico conseguente alla caduta del muro di Berlino spinse all’assurdo e irrealizzabile obiettivo di una unione politica europea. Per raggiungerlo, fu scelta la peggiore strada possibile, ovvero imporlo attraverso la creazione di una unione monetaria europea. Nessun processo politico non soltanto democratico, ma neppure sensato può essere messo in atto in un’area che non condivide né una lingua comune né una comune identità nazionale. Eppure, nonostante negli Stati Uniti diversi intellettuali di primo piano (da Feldstein a Krugman) lo avessero sconsigliato, per scongiurare il rischio di conflitti intraeuropei si ritenne necessario in Europa combinare un frettoloso matrimonio di convenienza tra Francia e Germania, che ebbe la moneta unica come anello nuziale. Se costruire una casa politica comune iniziando dal tetto dell’unione monetaria sia stato davvero un errore, è molto discusso. Come qualsiasi scelta che riguarda l’economia, l’euro ha avuto un effetto sulla distribuzione dei redditi, creando vittime e vincitori. Questi ultimi, ovviamente, tenderanno a non considerarlo un errore. Se però le opinioni su questo punto possono essere divergenti, sul fatto che l’euro sta crollando il consenso è unanime.

Il motivo del suo fallimento è lo stesso che diede il colpo di grazia agli accordi di Bretton Woods: entrambe le due istituzioni promuovono la nascita di squilibri esterni, anche se per ragioni diverse. Il peccato originale del sistema di Bretton Woods era stato l’adozione della valuta di uno stato come valuta mondiale. Il peccato originale dell’euro è stato l’adozione di una valuta senza stato come valuta regionale. Il loro difetto comune è la presenza di un tasso di cambio fisso, che impedisce l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti. Se, per qualsiasi motivo, questo meccanismo è bloccato, deve essere sostituito da qualcosa d’altro. La vita relativamente lunga del sistema di Bretton Woods era stata garantita dalla regolamentazione dei mercati finanziari e dalla capacità di visione del paese leader, gli Stati Uniti. Di entrambe le cose non c’è traccia in Eurozona, dove è promossa una libertà di movimento dei capitali senza restrizioni, in assenza di qualsivoglia autorità regionale di supervisione, e dove il leader regionale, la Germania, è con ogni evidenza ossessionato da una oltremodo miope smania di accrescere il più possibile il suo surplus esterno.

Questa Wille zur Macht sta oggi presentando il conto. La proposta di Keynes alla conferenza di Bretton Woods ci dà un quadro chiaro di quello che sta accadendo. Keynes aveva proposto di istituire una valuta sovranazionale per il commercio internazionale, il Bancor, emessa da una banca mondiale, che avrebbe fatto pagare un tasso di interesse sui saldi in Bancor sia negativi sia positivi. La ratio a sostegno di questa apparentemente ingiusta simmetria (perché obbligare un creditore a pagare un interesse, invece di riceverlo?) è che sia i debitori sia i creditori internazionali traggono beneficio dalla finanza internazionale: grazie ai crediti internazionali il primo può acquistare beni che in caso contrario non potrebbe permettersi, mentre il secondo può vendere beni che altrimenti resterebbero in magazzino. Proponendo una moneta in questo senso “deperibile”, studiata di proposito per non essere utile ad accumulare valuta, Keynes intendeva scoraggiare il mercantilismo, ovvero la tentazione di tesaurizzare i capitali internazionali invece di reinvestirli nell’economia mondiale, mitigando in questo modo gli effetti potenzialmente destabilizzanti dei tassi di cambio fissi. L’euro ha ottenuto l’effetto opposto. La sua rigidità ha incentivato il mercantilismo, sia spingendo a orientare il commercio a vantaggio dei paesi del nucleo centrale, la cui valuta in termini reali è sottovalutata, sia preservando il valore delle loro attività nette sull’estero.

Ma il presunto vincitore nella gara dell’euro, la Germania, si ritrova ora in un vicolo cieco. Se vuole mantenere in vita l’Eurozona, deve accettare le politiche monetarie estremamente espansive della BCE. Ironicamente, i tassi negativi di Keynes sono tornati sotto mentite spoglie, mettendo sotto pressione i sistemi bancari e pensionistici europei, specialmente in Germania. D’altra parte, una politica monetaria più restrittiva darebbe sollievo ai creditori, ma esattamente per lo stesso motivo provocherebbe il crollo istantaneo dei paesi debitori, rendendo loro ben difficile sostenere il debito. Qualsiasi illusione che un’espansione fiscale possa risolvere questo dilemma si scontra con il fatto che gli stati che hanno bisogno dello stimolo fiscale, cioè le nazioni dell’area europea periferica, sono esattamente gli stessi in cui un aumento dei redditi rilancerebbe il debito estero, tornando a incentivare gli squilibri che hanno provocato la crisi.

La Germania è riuscita a stravincere grazie a manipolazioni del Forex (come il Tesoro Usa ha recentemente riconosciuto), ma ora deve scegliere tra perdere tutto in un colpo (per il collasso dei suoi debitori) o perderlo a poco a poco (a causa di tassi di interesse nulli o negativi). Nel lungo periodo, le scelte economiche irrazionali non hanno vincitori: una cattiva economia non può generare una buona politica. Quello che avrebbe dovuto unire l’Europa oggi la sta lacerando. Il Regno Unito ha deciso di uscire e l’Europa continentale è di fronte a una scelta: o alzare il livello dello scontro o arrendersi all’egemonia della Germania. Gli Stati Uniti, come qualsiasi altro attore a livello globale, devono porsi di fronte a questa realtà: l’euro ha dissepolto senza motivo la questione tedesca, provocando esattamente ciò che avrebbe dovuto prevenire.

Se gli Stati Uniti decidono che a loro conviene avere a che fare con un’Europa politicamente divisa, economicamente a pezzi e socialmente instabile, allora sostenere l’euro è per loro la scelta migliore. Dopotutto, il principio divide et impera (dividi e comanda) ha assicurato a un impero precedente circa cinque secoli di esistenza. Se invece gli Stati Uniti ritengono che un’Europa in buona salute dal punto di vista politico ed economico possa essere un alleato chiave sullo scenario globale, allora dovrebbero promuovere uno smantellamento controllato dell’euro. Disfare l’euro non sarà privo di costi, ma saranno costi comunque inferiori a quelli che comporta l’alternativa, ovvero una stagnazione protratta dell’economia europea e quindi mondiale, oltre al rischio crescente di una grave crisi finanziaria. La stagnazione secolare e i tassi di interesse nulli non sono legati a qualche remota congiunzione astrale: al contrario, riflettono in gran parte le conseguenze sull’economia globale dell’uso di regole europee sbagliate per gestire gli enormi squilibri creati da istituzioni europee viziate in partenza. Benché l’Europa sia in declino, è tuttavia ancora troppo grande per crollare senza provocare enormi problemi all’economia mondiale.

Per quanto capitale politico vi sia stato investito, l’euro è destinato a saltare, come i massimi economisti negli Stati Uniti hanno previsto. La causa più probabile sarà un collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà con sé quello tedesco. È nell’interesse di qualsiasi potere politico, certamente dei vacillanti leader europei, ma probabilmente anche degli Stati Uniti, gestire – piuttosto che subire – questa conclusione.

Fonte: vocidallestero.it 14 marzo 2017

Italexit, unica soluzione. Diciamolo già adesso.

L’Ue procede contro il Governo italiano reo della lesa maestà all’atto di avere osato ambire ad un disavanzo pubblico per il 2019  pari alla miserevole cifra del 2,4 percento sul Pil, ben al di sotto dei parametri di Maastricht e di quanto usualmente sono state aduse a sforare Francia, Germania e altri,  e ben al di sotto del 2,9%  che Renzi un paio di anni fa aveva ventilato pubblicamente in una delle sue inconcludenti sparate contro l’establishment UE.  A Renzi la Commissione replicò con sospiri, tenere  carezze e un abbraccio compassionevole verso il segretario del suo partito prediletto, e  non certo facendo la brutta faccia cattiva di adesso con tanto di schiuma sbavata dalla bocca al grido di ‘ infrazionenn’.

Questa feroce iniziativa è posta sotto l’egida formale dell’ex ministro dell’economia francese Moscovici ed è per me intollerabile per svariate ragioni. Tutti i paesi europei  senza poter vantare, come invece può vantare l’Italia, il salubre indice di un avanzo primario pressoché costante negli ultimi 27 anni, hanno fatto ben di peggio in senso di allargamento della spesa, e per questo non si capisce la ragione tecnica ed asettica attraverso cui questo bullo francese abbia potuto permettersi di concepire una così vile aggressione, cioè l’attuazione di una procedura mai indetta contro nessun paese membro. L’Italia è pure un paese fondatore della UE a cui aderì senza deroghe a differenza di tanti altri, e con un’economia che in realtà come vi spiegherò di seguito, era seconda in Europa e quarta nel Mondo.

Nel mio piccolo ambito di appassionato di politica, di finanza, di storia ed economia  con uno straccio di laurea in Economia, peraltro proprio con tesi sulla Contabilità Nazionale, risultato di cui sono orgoglioso da provinciale italiano di origini meridionali quale evidentemente sono, giudico quanto sta accadendo un infame attacco frontale  al carattere Libero e Democratico della Nostra Repubblica, nonché alla possibilità di un futuro di prosperità e benessere, che mai come oggi vedo oggetto di sanguinolenta malversazione e volontà di arrecare un ingiusto pregiudizio.

Adesso basta !

Non dobbiamo più farci pecore belando delicatamente di piani A e piani B nel timore di urtare i potenti stranieri e farci ancora di più tosare. Forse facendoci troppo pecore in virtù di uno spirito bonario e pacifico, di cui siamo anche oggetto di scherno da secoli da parte di francesi e tedeschi,  attiriamo i lupi e le volpi delle foreste mitteleuropee,  sollecitando i loro istinti più selvaggi, di chiara e distinguibile derivazione barbarica, che la nostra civiltà classica e cristiana a loro generosamente trasmessa dai nostri Avi, non è riuscita completamente  a sopire.

Forse dovremmo pensarci come dei pastori maremmani che sono tanto belli, buoni, cari e anche un po’ buffi, ma che non hanno nessun problema a fare a botte con i lupi quando ciò è inevitabile. Di cosa parliamo? Parliamo di iniziare a realizzare seriamente i presupposti di un’uscita aggressiva da questa fattoria orwelliana che è diventata l’Unione Europea, evenienza di cui vi spiegherò nel seguito e nel senso di quanto debbano essere solo i francesi e i tedeschi a temerla, così come un lupo ha timore quando  vede spuntare all’improvviso, da tutta una moltitudine di pelo bianco che gli fa leccare i baffi,  anche i denti inospitali di un pastore maremmano.

A questa conclusione non si arriva in un giorno e non vi chiedo di prendermi seriamente in considerazione per un unico piccolo scritto. Se volete comprendere il mio punto di vista vi invito a leggere tutta una serie di puntate che ho in mente di scrivere su Imola Oggi, per argomentare il senso della mia necessità  di perorare l’ormai ineluttabile ITALEXIT, cioè l’uscita dell’Italia dalla Unione Europea come Piano A sull’agenda di questo e dei prossimi governi.

Le cose da dire sarebbero così tante che non so nemmeno io da dove cominciare. Credo siamo in un situazione assimilabile ad una crisi coniugale talmente forte e traumatizzante che tutti noi, me compreso,  abbiamo bisogno di tempo per accettare la durissima realtà di un’unione insana che ci ha riservato grandi torti, violenze fisiche e psicologiche, malversazioni di vario genere, fino al diabolico disegno di distruggerci istillando nella nostra mente il senso di colpa di un debito di carattere economico e morale inesistente, concepito per depredarci ancora di più di quanto già sia stato fatto. E’ dura anche per me  elaborare questa necessità di rompere una relazione stretta con un essere, quale l’Unione Europea di oggi, che nulla ha da spartire con le meravigliose sembianze prospettate da Mazzini, da  De Gasperi o Spinelli, e che i nostri occhi faticano a vedere per quello che in realtà è, in quei tratti mostruosamente  spregevoli  di  caratura giacobina e nazista. Diciamo che siamo un po’ nella situazione di  quella donna che recandosi in ospedale piena di lividi e  fratture dopo una dura giornata di lavoro, perché è stata gratificata dal marito con una bella ‘caduta dalle scale’, non sa ancora se confermare in un verbale per l’ennesima volta l’ipocrita circostanza oppure disconoscerla denunciando l’abuso,  superando il timore di affrontare le conseguenze e le incertezze del caso.

In questa puntata non vi parlerò di come le banche italiane e gli azionisti siano stati derubati, di macelleria aziendale a beneficio dei lupi della finanza, dei genitori 1 e 2 e di uteri in affitto,  di disoccupazione e povertà dilagante, di suicidi per motivi economici, di stupri commessi da migranti con carte di credito Soros Card, di radici  e principi cristiani ripudiati,  o del ennesimo comandamento europeo di consentire in Italia la produzione di formaggio senza latte, bensì vi parlerò di una serie di dati incontestabili che dimostrano come e quanto  l’Unione Europea sia stato solo un artificio per depredarci.

Vedendo cosa accaduto alla nostra economia dal 1992, insieme a Francia e Germania, sfido chiunque a non rilevare questo fenomeno, cioè una crescita economica che al nostro popolo è stata scientemente negata, schiacciata, depressa, oppressa, giustappunto  malmenata a partire dal 1992, l’anno dell’attacco di Soros alla Lira e soprattutto di Maastricht e dei suoi parametri di stabilità finanziaria dei conti pubblici. Dieci anni dopo,  nel 2002, il turpe proposito dell’introduzione dell’Euro ottenuta da Prodi in malissimo modo, ha registrato un ulteriore cambio di marcia nel senso di un’accelerazione della razzia perpetrata a nostro diretto danno dall’Asse Franco Tedesco.

Guardate attentamente questa tabella e rimarrete sbalorditi quando la capirete.

PIL(espresso in migliaia di miliardi USD ogni 5 anni dal 1991) dei tre paesi più importanti della  UE; e delta Pil Germania e Francia rispetto al Pil Italia

In questo grafico vediamo quello che il nostro popolo ha guadagnato anno per anno, e quello che hanno guadagnato i tedeschi e i francesi.  Per avere un’idea di come sia importante capire questi numeri dovete pensare al Pil come alle vostre entrate economiche ogni anno, perché il Pil in astratto  è la ricchezza che tutti noi ci siamo trovati in mano concretamente, anche se in verità non è tutta la ricchezza reale, perché molti di noi italiani hanno l’abitudine di produrre ricchezza in nero non conteggiabile perciò in questi numeri.  Il dato da comprendere è quello del 1991, precedente a Maastricht,  in cui gli italiani erano anche un po’ più ricchi dei francesi , visto il differenziale tra i due Pil che era di appena 27 miliardi di $ per i francesi ma spalmato su una popolazione di 5 milioni di abitanti in più, e con un’economia in nero sicuramente di molto inferiore alla nostra.

Cosa dobbiamo soppesare oggi?  Dobbiamo soppesare un differenziale di Pil Francia e Italia pari a 0,72 migliaia di miliardi di dollari creato tra il 1992 e il 2017, cioè 693 miliardi di dollari di ricchezza in più a vantaggio dei francesi rispetto ai dati de 1991, e di ben 1.190 miliardi di $ per i tedeschi!

Per dare un senso divulgativo di immediata comprensione dimensionale a questi numeri, rapportiamoci alla sola Francia, una paese molto simile all’Italia.  Considerate bene il valore di  693 miliardi di dollari che diviso per 60 milioni di italiani fa poco più di 11.500$ a testa, che per un nucleo familiare tipo di 4 persone, ammonta a circa 40.000 euro di furto per ogni nucleo familiare nel senso di una mancata ricchezza prodotta in Italia ogni anno,  rispetto a quanto sarebbe stato lecito prospettare stante la situazione di partenza in ingresso a Maastricht e successivamente in regime di sovranità monetaria Euro. Facendo lo stesso ragionamento con il differenziale di Pil tedesco, più critico in senso di rigore ancorché con scopo divulgativo, sia  in virtù di oltre 22 milioni di abitanti in più della Germania sia del passaggio occorso in quegli anni di parte della Germania da un regime comunista ad uno capitalista, questi calcoli di raffronto 1991-2017 darebbero risultati ancora più smaccatamente evidenti, ma è inutile qui proporli,  poiché  il senso di quello che voglio denunciare credo sia già molto chiaro.

Osservo comunque l’accelerazione di questa forbice di crescita su due livelli, quello dei ricchi, francesi e tedeschi, e quello dei nuovi poveri, cioè noi, che si registra con l’introduzione dell’euro (2002) e del dominio della BCE, una tendenza che ci ha visto soccombere non solo rispetto alla Francia e alla Germania, ma rispetto a tutti i paesi della UE, eccetto soltanto la sfortunata Grecia, presa a mazzate come noi, ma molto più fragile strutturalmente. La Grecia è un esempio di martirio resosi necessario come monito e avvertimento nei nostri diretti confronti, come hanno pubblicamente minacciato alcuni commissari UE asserendolo proprio letteralmente.

Il grafico sottostante spiega questa situazione  di gap italiano rispetto a tutti i paesi membri.

Sarebbe bello conoscere come gli eurofans spieghino questa enorme stortura all’insegna della loro UE così salvifica e catartica nei suoi propositi di fratellanza: i biglietti Erasmus Felicity per accedere al meraviglioso futuro  della UE non sono arrivati  qui per colpa dei ritardi  Alitalia?

Prima di chiudere questa  prima puntata lasciatemi un excursus storico in cui credo si possa cogliere il senso profondo dei fatti politici dal 1991 in poi, e che oggi sono il continuo di una paradigmatica malversazione geopolitica nell’alveo di un corso e ricorso storico di cui Gianbattista Vico ci disse attraverso il suo genio.

Nel 1991 l’Italia era un nano politico come sempre nella sua storia dalla Roma Antica in poi, ma aveva un’economia straordinaria con un PIL  uguale a quello della Francia e solo di poco leggermente inferiore, sebbene avesse una popolazione inferiore a quella francese di circa 5 milioni di abitanti, e al contrario dei transalpini non avesse una cultura prevaricatrice che li porta da secoli a depredare 14 stati africani già in condizione di povertà.  Il reddito procapite degli italiani era più alto di quello dei francesi sebbene l’Italia pagasse pure un tributo politico alla Grandeur della Francia acquistando la loro energia a prezzi esageratamente cari, senza considerare  anche il risvolto di una quota PIL in nero che i francesi non avevano e non hanno rispetto agli italiani. Nel 1991  con la piccola liretta e il nostro staterello democratico pieno di vizi ma anche di virtù, non eravamo la 5° potenza economica al Mondo come si diceva per non urtare Mitterandt e compagnia bella, ma la 4° a scapito della Francia. Oggi, il dubbio se essere 4° o 5° non esiste più grazie al sogno Ue e all’euro di Prodi,  Ciampi e Draghi, che ci hanno fatto precipitare in condizione di povertà cogente.

L’Ue a ben vedere non è nulla di nuovo. Essa ha solo ripristinato antichi equilibri e infatti negli ultimi 26 anni siam stati calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi, come ci insegnò Mameli nel nostro meraviglioso e coltissimo inno nazionale. Nel 1797, ad esempio, la prima cosa che fece Napoleone giunto in Italia mentre Ugo Foscolo scriveva le sue raffinate e speranzose pagine,  fu depredare il banco di San Giorgio di Genova le cui centinaia di tonnellate di oro frutto di 400 anni di commerci della Repubblica genovese finirono nelle mani dei Rothschild a Parigi, che così diventarono i banchieri più potenti da allora in poi. Si, certo, poi Napoleone favorì anche le Repubbliche Cispadane che confluirono nel sogno della Repubblica Cisalpina, con tanti bei principi e chiacchiere che si dissolsero nel nulla, come pure la dinastia Savoia, nel cui Regno si emetteva la vecchia Lira, quella genovese depauperata a beneficio del Franco, cosa fecero alle popolazioni del Sud Italia con altro patrocinio transalpino?  Stessa sorte dei genovesi nel 1797, quando i piemontesi,  patrocinati dai francesi e dal ramo inglese dei Rothschild,  presero possesso del Regno delle due Sicilie grazie allo show del pupazzetto Garibaldi, e subito dopo il 1861 i francesi depauperarono attraverso i piemontesi il Banco di Napoli, una realtà che aveva una forza finanziaria in oro pari a 20 volte quella di Torino. Giova sapere sulla forza economica del Regno Borbonico che  Carl Rothschild, fratello di James il  francese, e Nathan l’inglese, fu spedito a Napoli dal Padre il quale riconobbe così tra i Regni prosperi e potenti del tempo dopo Inghilterra e Francia, quello dell’Italia Meridionale, però il povero Carl  non riuscì a prevalere nel senso di depredare i banchieri napoletani,   così come erano riusciti a fare i suoi fratelli in Francia e Inghilterra. Credo che ciò abbia fatto maturare in tutta la famiglia oggi trillionaria, un profondo odio viscerale verso l’intelligenza e lo spirito indomabile degli italiani in genere, e dei meridionali, ritenuti ancora più ingovernabili,  in particolare modo.

Quell’oro del Regno di Napoli finì in quota parte a Parigi e fortunatamente in qualche parte rimase nel Nord Italia. Dobbiamo dare atto al Regno di Italia di aver sviluppato nel suo vertice triangolare Torino, Genova e Milano un grande miracolo economico ad inizio del 1900 profittando della miracolosa sconfitta francese del 1871 nella guerra Franco Prussiana, che fece mollare il morso vampiresco dei finanzieri francesi al collo dei popoli italiani manifestatosi attraverso le scelleratezze della Destra storica di Sella. Queste politiche di austerity massacrarono il futuro di mezza Italia con le tasse concepite per il pareggio di bilancio sostanziato nella necessità di pagare debiti fittizi ai Rothschild. Cosa accadde al Sud dopo il 1861 è cosa nota, e l’arretratezza ci fu pure attribuita a tutti noi meridionali come una colpa da espiare, anche a me, nato 110 anni dopo  l’impresa di Garibaldi.

Esattamente come accaduto allora, tutta l’Italia rischia di essere nella sua interezza depredata e maciullata per  tutto il prossimo secolo.  La truffa del debito pubblico,  lo spread e queste letterine di richiamo o procedura, di cui vi dirò meglio nella prossima puntata, possono seriamente devastarci.

Io non ho votato 5 Stelle e alla Camera neanche Lega, ma non ho difficoltà a schierarmi dalla parte del Governo degli italiani contro questa UE franco tedesca di usurai e banditi. Chi sta con Moscovici e con i board bancari di cui non capisce l’etica folle, come spiegherò nella prossima puntata, tifa di fatto per il default tecnico, un meccanismo che si può generare proprio con il pareggio di bilancio a cui vogliono costringerci obtorto collo.

In questi ultimi 5 anni di Austerity del Pd dal 2013 ad oggi, il Pil italiano è cresciuto pochissimo mentre quelli francese e tedesco sono cresciuti molto di più, anche grazie a profitti finanziari generati scorticandoci vivi e facendo registrare un aumento costante del debito pubblico, in una spirale viziosa che vede oltre 300 miliardi di euro di debito attribuibili a 5 anni di PD.

Ci vuole tanto a capire che UE e questi parametri significano  USURA Europea?

Il disegno è quello di portare i conti pubblici italiani ad un livello di debito che non sia solo di 2.300 mld ma ben oltre, così giustificando il pignoramento forzoso dall’estero di buona parte dei 4.400 mld di risparmi privati che gli italiani, a differenza di francesi e tedeschi, hanno in banca senza un significativo debito del settore privato. Si tratta di una bistecca enorme e prelibata.  La Bundesbank, stupidamente  lo ha già detto papale papale ipotizzando una patrimoniale d’imperio bancario in stile Bail in/out. E’ vergognosa questa richiesta perché in poche parole UE significa il disegno di un esproprio di ricchezza reale generata con lavoro e risparmio, per coprire un debito cresciuto con emissioni di moneta a debito, cioè senza valore in origine e senza creditore legittimo, oltre ad un assommarsi  di interessi che si sono autoalimentati in una spirale usuraia.

Dobbiamo accettare questo scempio porgendo i nostri polpacci e le braccia dei nostri infanti  al morso dei lupi franco tedeschi?  Abbiamo già pagato per anni interessi per ammontare con punte spaventose di 80-90 miliardi, per il 90%   a banche e Fondi che ci hanno prestato soldi del Monopoli, e che hanno il nostro debito pubblico in mano per il 94 percento con un fine vorace ben preciso. Abbiamo pagato una volta e mezzo il debito pubblico di 17 anni fa in uno scenario di inflazione prevalentemente molto bassa e non basta? Questo Governo, limitato e criticabile come si voglia,  ha chiesto solo un qualche decimale  di deficit, e questi ci attaccano in questo modo inusitato?

Forse  sarà la classica goccia che farà traboccare il vaso, per il momento io ho già sbroccato: ITALEXIT, per me, unica soluzione.

Fonte: imolaoggi.it Articolo di G. Landi del 22 novembre 2018

Vladimir Bukovskij, ex dissidente sovietico: l’Unione Europea, come l’Unione Sovietica, non può essere democratizzata.

L’Unione Europea come l’Unione Sovietica? Molto si sa delle radici della UE, nella geo-strategia americana e nel revanscismo ordo-liberale delle élite euro-atlantiche – si veda l’ottimo blog del giurista Luciano Barra Caracciolo a questo proposito. Meno evidente è la terza, tardiva radice del progetto, che affonda nell’eredità dei partiti socialdemocratici e comunisti europei che sul volgere degli anni 80, dopo anni di opposizione, timorosi di fronte alle arrembanti politiche neo-liberiste della Thatcher e al declino dell’impero sovietico, con la benedizione di Gorbaciov saltarono sul carro europeista dei vincitori, nell’illusione di dirottarlo verso posizioni socialdemocratiche e di salvarsi politicamente la vita. Ne parla (in un intervento del 2006 ancora attualissimo) l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukovskij in questo discorso tenuto a Bruxelles, in cui – con preoccupanti parallelismi con l’URSS – evidenzia come questa terza corrente abbia portato con sé un carico ideologico, funzionale alle altre correnti del progetto, che ha riprodotto nelle istituzioni della UE, e che rischia di trasformare quella che è “soltanto” una efficiente macchina di distruzione di ricchezza e diritti in uno stato totalitario simile all’URSS. Anche per Bukovskij la UE non è riformabile e può solo essere abbattuta: quanto prima, tanto meglio.

Fonte: vocidallestero.it di Paul Belien, 27 febbraio 2006

Vladimir Bukovskij, già dissidente sovietico, che oggi ha 63 anni, teme che l’Unione Europea stia per diventare un’altra Unione Sovietica. In un discorso pronunciato a Bruxelles la scorsa settimana, il Bukovskij ha definito l’Unione Europea un “mostro” che deve essere distrutto, quanto prima tanto meglio, prima che diventi uno stato totalitario a tutti gli effetti.

Vladimir Bukovskij ha fatto visita al Parlamento europeo giovedì, su invito di Fidesz, l’Unione Civica Ungherese. Fidesz, membro del gruppo europeo cristiano-democratico, aveva invitato l’ex dissidente sovietico dall’Inghilterra, dove vive, in occasione del 50° anniversario della Rivoluzione Ungherese del 1956. Dopo il suo incontro mattutino con gli Ungheresi, Bukovskij nel pomeriggio ha tenuto un discorso in un ristorante polacco in Trier straat, di fronte al Parlamento europeo, dove ha parlato su invito dell’UKIP, di cui è uno sponsor.

Nel suo discorso, Bukovskij ha fatto riferimento a documenti riservati conservati negli archivi segreti sovietici, che ha avuto il permesso di leggere nel 1992. Questi documenti confermano l’esistenza di una “cospirazione” per trasformare l’Unione europea in un’organizzazione socialista. Ho partecipato all’incontro e ho registrato il discorso. Se ne può trovare una trascrizione, assieme al frammento audio (circa 15 minuti), qua sotto. Ho avuto anche una breve intervista con il signor Bukovskij (4 minuti), la cui trascrizione e un frammento audio si possono trovare qua sotto. L’intervista sull’Unione Europea ha dovuto essere interrotta perché Vladimir Bukovskij aveva altri impegni, ma mi ha riportato alla mente alcuni ricordi, poiché avevo già intervistato Vladimir Bukovskij venti anni fa, nel 1986, quando l’Unione Sovietica, il primo mostro che ha combattuto con forza, era ancora viva e in forze.

Vladimir Bukovskij è stato uno degli eroi del ventesimo secolo. Da giovane ha rivelato l’impiego della detenzione psichiatrica contro i prigionieri politici nell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (1917-1991) e ha trascorso un totale di dodici anni (1964-1976), dall’età di 22 fino a 34 anni, nelle carceri sovietiche, nei campi di lavoro e nelle istituzioni psichiatriche. Nel 1976 i sovietici lo espulsero in Occidente. Nel 1992 è stato invitato dal governo russo a servire da testimone esperto nel processo condotto per determinare se il Partito Comunista Sovietico fosse stato un’istituzione criminale. Per preparare la sua testimonianza, a Bukovskij è stato concesso l’accesso a un gran numero di documenti degli archivi segreti sovietici. È una delle poche persone che abbiano mai visto questi documenti, perché sono ancora classificati. Utilizzando un piccolo palmare e un computer portatile, tuttavia, è riuscito a copiare molti documenti (alcuni con elevata sicurezza), inclusi i rapporti KGB al governo sovietico.

Intervista a Vladimir Bukovskij

(versione audio in inglese)

Paul Belien: Sei stato un dissidente sovietico molto famoso e ora stai tracciando un parallelo tra l’Unione Europea e l’Unione Sovietica. Puoi chiarire?

Vladimir Bukovskij: Mi riferisco alle strutture, a determinate ideologie che vengono instillate, ai piani, alla direzione, all’inevitabile espansione, all’annullamento delle nazioni, che era lo scopo dell’Unione Sovietica. La maggior parte delle persone non lo capisce. Non lo sanno, ma noi lo sappiamo perché siamo cresciuti nell’Unione Sovietica, dove abbiamo dovuto studiare l’ideologia sovietica a scuola e all’università. Lo scopo ultimo dell’Unione Sovietica era quello di creare una nuova entità storica, il popolo sovietico, in tutto il mondo. Lo stesso vale per l’UE oggi. Stanno cercando di creare un nuovo popolo. Chiamano questo popolo “europei”, qualunque cosa questo significhi.

Secondo la dottrina comunista e per molte forme di pensiero socialista, si suppone che lo Stato, lo Stato nazionale, debba esaurirsi. In Russia, tuttavia, è accaduto il contrario. Invece di esaurirsi, lo Stato sovietico è diventato molto potente, ma le nazionalità sono state cancellate. Ma quando è arrivato il tempo del crollo sovietico, questi sentimenti soppressi di identità nazionale si sono riaccesi e hanno quasi distrutto il paese. È stato così spaventoso.

PB: Pensi che la stessa cosa possa succedere quando l’Unione Europea crollerà?

VB: Assolutamente, puoi premere una molla fino a un certo punto, e la psiche umana è molto resistente, sai. Puoi premere, puoi premere, ma non dimenticare che sta ancora accumulando il potere di rimbalzare. È come una molla, che quando viene rilasciata si spinge oltre la sua lunghezza.

PB: Ma tutti questi paesi che hanno aderito all’Unione Europea lo hanno fatto volontariamente.

VB: No, non lo hanno fatto volontariamente. Guarda la Danimarca che ha votato due volte contro il trattato di Maastricht. Guarda l’Irlanda [che ha votato contro il trattato di Nizza]. Guarda molti altri paesi, sono sottoposti ad una pressione enorme. È quasi un ricatto. La Svizzera è stata costretta a votare cinque volte in un referendum. Tutte e cinque le volte ha rifiutato, ma chissà cosa succederà la sesta volta, la settima volta. È sempre la stessa cosa. È un trucco per gli idioti. Le persone devono votare nei referendum finché non votano nel modo che si vuole che votino. Quindi devono smettere di votare. Perché fermarsi? Continuiamo a votare. L’Unione Europea è ciò che gli americani chiamerebbero “un matrimonio col fucile puntato”.

PB: Che cosa pensi che i giovani debbano fare per l’Unione Europea? Su cosa devono insistere, democratizzare l’istituzione o solo abolirla?

VB: Penso che l’Unione Europea, come l’Unione Sovietica, non possa essere democratizzata. Gorbaciov ha cercato di democratizzarla ed è esplosa. Questo genere di strutture non può essere democratizzato.

PB: Ma abbiamo un Parlamento europeo che viene scelto dal popolo.

VB: Il Parlamento europeo è eletto sulla base della rappresentazione proporzionale, che non è una vera rappresentanza. E su cosa vota? Sulla percentuale di grasso nello yogurt, quel genere di cose. È ridicolo. Gli è stato assegnato il compito del Soviet Supremo. Il parlamentare medio può parlare per sei minuti all’anno nella Camera. Non è un vero parlamento.

Trascrizione del discorso di Vladimir Bukovskij a Bruxelles

(versione audio in inglese)

Nel 1992 ho avuto un accesso senza precedenti ai documenti del Politburo e del Comitato Centrale, documenti che sono stati classificati per 30 anni, e lo sono ancora oggi. Questi documenti dimostrano molto chiaramente che l’idea di trasformare il mercato comune europeo in uno stato federale è stata concordata tra i partiti di sinistra dell’Europa e Mosca come un progetto congiunto che [il leader sovietico Mikhail] Gorbaciov nel 1988-89 chiamò la nostra “casa comune europea”.

L’idea era molto semplice. È emersa per la prima volta nel 1985-86, quando i comunisti italiani visitarono Gorbaciov, seguiti dai socialdemocratici tedeschi. Tutti loro si lamentarono che i cambiamenti nel mondo, in particolare dopo che [il primo ministro britannico Margaret] Thatcher introdusse la privatizzazione e la liberalizzazione economica, stessero minacciando di eliminare le conquiste (come le definivano) di generazioni di socialisti e socialdemocratici, minacciando di annullarle completamente. Quindi l’unico modo per resistere a questo attacco del capitalismo selvaggio (come lo definivano) era cercare di introdurre contemporaneamente gli stessi obiettivi socialisti in tutti i paesi. Precedentemente, i partiti di sinistra e l’Unione Sovietica si erano molto opposti all’integrazione europea, perché la percepivano come un mezzo per bloccare i loro obiettivi socialisti. Dal 1985 in poi hanno completamente cambiato idea. I Sovietici giunsero a un accordo con i partiti di sinistra e alla conclusione che se avessero lavorato insieme, avrebbero potuto dirottare l’intero progetto europeo e ribaltarlo. Invece che in un mercato aperto, lo avrebbero trasformato in uno stato federale.

Secondo i documenti [segreti sovietici], il 1985-86 è il punto di svolta. Ho pubblicato la maggior parte di questi documenti. Potete trovarli anche su Internet. Ma le conversazioni che hanno avuto aprono veramente gli occhi. Per la prima volta si capisce che c’è una cospirazione – abbastanza comprensibile per loro, perché cercavano di salvarsi politicamente la pelle. A Est, i sovietici avevano bisogno di un cambiamento di relazioni con l’Europa, perché stavano entrando in una crisi strutturale protratta e profonda; a Occidente, i partiti di sinistra temevano di essere spazzati via e di perdere la loro influenza e il loro prestigio. Quindi era una cospirazione, apertamente fatta, concordata e elaborata da loro.

Nel gennaio del 1989, per esempio, una delegazione della Commissione Trilaterale è venuta in visita a Gorbaciov. Ha incluso [l’ex primo ministro giapponese Yasuhiro] Nakasone, [l’ex presidente francese Valéry] Giscard d’Estaing, [il banchiere americano David] Rockefeller e [l’ex Segretario di Stato americano Henry] Kissinger. Hanno avuto una bella conversazione dove hanno cercato di spiegare a Gorbaciov che la Russia sovietica doveva integrarsi nelle istituzioni finanziarie del mondo, come il Gatt, il FMI e la Banca Mondiale.

Nel mezzo della conversazione, Giscard d’Estaing prende improvvisamente la parola: “Signor Presidente, non posso dirvi esattamente quando accadrà, probabilmente entro 15 anni, ma l’Europa diventerà uno stato federale e dovete prepararvi a questo. Dovete lavorare con noi, e coi leader europei, e dovete essere preparati, su come reagireste, come permettereste agli altri paesi dell’Europa dell’Est di interagirvi o farne parte”.

Questo era il gennaio 1989, in un momento in cui il trattato di Maastricht [1992] non era nemmeno stato redatto. Come diavolo faceva Giscard d’Estaing a sapere cosa sarebbe avvenuto in 15 anni? E – sorpresa, sorpresa -come è diventato l’autore della costituzione europea [nel 2002-03]? Un’ottima domanda. Odora di cospirazione, vero?

Fortunatamente per noi, la parte sovietica di questa cospirazione era crollata in precedenza e non raggiunse il punto in cui Mosca poteva influenzare il corso degli eventi. Ma l’idea originaria era quella di avere quella che chiamavano una convergenza, per cui l’Unione Sovietica si sarebbe addolcita diventando più socialdemocratica, mentre l’Europa occidentale sarebbe diventata socialdemocratica e socialista. Allora ci sarà la convergenza. Le strutture devono adattarsi tra loro. Ecco perché le strutture dell’Unione Europea sono state originariamente costruite allo scopo di adattarsi alla struttura sovietica. Ecco perché sono così simili nel funzionamento e nella struttura.

Non è un caso che il Parlamento europeo, ad esempio, mi ricordi il Soviet Supremo. Sembra il Soviet Supremo perché è stato progettato come il Soviet Supremo. Allo stesso modo, quando si guarda alla Commissione europea, sembra il Politburo. Voglio dire, è esattamente il Politburo, salvo il fatto che la Commissione adesso ha 25 membri e il Politburo ha soltanto 13 o 15 membri. A parte questo, sono esattamente gli stessi, non devono rendere conto a nessuno, non sono eletti direttamente da nessuno. Quando si guarda a tutta questa bizzarra attività dell’Unione Europea con le sue 80.000 pagine di regolamenti, sembra il Gosplan. Noi eravamo abituati ad avere un’organizzazione che pianificava tutto nell’economia, fino all’ultimo dado e bullone, in anticipo per cinque anni. Esattamente la stessa cosa sta avvenendo nell’UE. Quando si guarda al tipo di corruzione dell’UE, è esattamente il tipo di corruzione sovietico, che procede dall’alto verso il basso piuttosto che dal basso verso l’alto.

Se si passano in rassegna tutte le strutture e le caratteristiche di questo emergente mostro europeo, si noterà che assomiglia sempre di più all’Unione Sovietica. Naturalmente, è una versione più mite dell’Unione Sovietica. Per favore, non fraintendetemi. Non sto dicendo che ha i Gulag. Non ha nessun KGB – non ancora – ma sto osservando molto attentamente ad esempio strutture come Europol. Ciò mi preoccupa molto, perché questa organizzazione probabilmente avrà poteri più grandi di quelli del KGB. Avranno l’immunità diplomatica. Potete immaginare un KGB con immunità diplomatica? Dovranno sorvegliarci su 32 tipi di reati – due dei quali sono particolarmente preoccupanti, uno è chiamato razzismo, l’altro è chiamato xenofobia. Nessun tribunale penale sulla terra definisce qualcosa del genere come un crimine [questo non è del tutto vero, perché il Belgio già procede in questo modo – pb]. Quindi è un nuovo crimine, e siamo già stati avvertiti. Qualcuno nel governo britannico ci ha detto che coloro che si oppongono all’immigrazione incontrollata dal Terzo Mondo saranno considerati razzisti e quelli che si oppongono all’integrazione europea saranno considerati xenofobi. Penso che Patricia Hewitt lo abbia detto in pubblico.

Di conseguenza, siamo stati avvertiti. Nel frattempo introducono sempre più ideologia. L’Unione Sovietica era uno stato governato dall’ideologia. L’ideologia odierna dell’Unione Europea è socialdemocratica, statalistica, e una gran parte di essa è il politically correct. Osservo con molta attenzione come il politicamente corretto si diffonda e diventi un’ideologia oppressiva, per non parlare del fatto che vietano di fumare quasi ovunque. Guardate questa persecuzione delle persone come il pastore svedese che è stato perseguitato per diversi mesi perché ha detto che la Bibbia non approva l’omosessualità. La Francia ha approvato la stessa legge contro l’incitamento all’odio sui gay. La Gran Bretagna sta introducendo leggi contro l’incitamento all’odio nelle relazioni razziali e ora anche nelle questioni religiose, e così via e così via. Quello che si osserva, preso in prospettiva, è l’introduzione sistematica di ideologia, che potrebbe essere successivamente fatta rispettare con misure oppressive. A quanto pare questo è l’intero scopo dell’Europol. Altrimenti perché ne abbiamo bisogno? L’Europol mi sembra molto sospetta. Osservo con molta attenzione chi viene perseguito per cosa e cosa sta succedendo, perché è un campo in cui sono un esperto. So come nascono i Gulag.

Sembra che viviamo in un periodo di rapido, sistematico e molto consistente smantellamento della democrazia. Guarda questo Disegno di Legge per la Riforma Legislativa e Normativa. Rende i ministri dei legislatori che possono introdurre nuove leggi senza preoccuparsi di dirlo al Parlamento né a nessun altro. La mia reazione immediata è: perché ci serve? La Gran Bretagna è sopravvissuta a due guerre mondiali, alla guerra con Napoleone, all’Armada spagnola, per non parlare della Guerra Fredda, quando ci veniva detto che in qualsiasi momento potevamo avere una guerra mondiale nucleare, senza necessità di introdurre questa legislazione, senza bisogno di sospendere le nostre libertà civili e introdurre poteri emergenziali. Perché ne abbiamo bisogno adesso? Questo può trasformare il vostro paese in una dittatura in pochissimo tempo.

La situazione di oggi è veramente triste. I principali partiti politici sono stati completamente catturati dal nuovo progetto comunitario. Nessuno di loro vi si oppone veramente. Sono diventati molto corrotti. Chi difenderà le nostre libertà? Sembra che stiamo andando verso una specie di collasso, una sorta di crisi. L’esito più probabile è che ci sarà un collasso economico in Europa, che a tempo debito dovrà accadere con questa crescita delle spese e delle tasse. L’incapacità di creare un ambiente competitivo, l’eccessiva regolamentazione dell’economia, la burocratizzazione, porterà al crollo economico. In particolare l’introduzione dell’euro è stata un’idea folle. La valuta non dovrebbe essere una questione politica.

Non ne ho dubbi. Ci sarà un crollo dell’Unione Europea, quasi simile al modo in cui è collassata l’Unione Sovietica. Ma non dimenticate che quando queste cose crollano lasciano una tale devastazione che ci vuole una generazione per recuperare. Basta pensare che cosa accadrà se si tratterà di una crisi economica. Le recriminazioni tra le nazioni saranno enormi. Si potrebbe arrivare alla guerra. Guardate l’enorme numero di immigrati provenienti dai Paesi del Terzo Mondo che ora vivono in Europa. Questa immigrazione è stata promossa dall’Unione Europea. Cosa succederà se c’è un crollo economico? Probabilmente avremo tanti conflitti etnici che la mente ne rimane sconvolta, come è avvenuto con la fine dell’Unione Sovietica. In nessun altro paese vi erano tensioni etniche come nell’Unione Sovietica, tranne probabilmente in Jugoslavia. Quindi è esattamente ciò che accadrà anche qui. Dobbiamo essere preparati a questo. Questo enorme edificio di burocrazia crollerà sulle nostre teste.

Ecco perché, e sono molto sincero, quanto prima chiuderemo con l’UE, meglio è. Quanto prima crolla, meno danni avrà fatto a noi e ad altri paesi. Ma dobbiamo essere rapidi, perché gli Eurocrati stanno muovendosi molto velocemente. Sarà difficile sconfiggerli. Oggi è ancora semplice. Se oggi un milione di persone marcia a Bruxelles, questi personaggi scapperanno alle Bahamas. Se domani metà della popolazione britannica rifiuterà di pagare le proprie tasse, non accadrà nulla e nessuno andrà in prigione. Oggi puoi ancora farlo. Ma non so quale sarà la situazione domani, con un Europol completamente sviluppata, con personale preso da ex-funzionari della Stasi o della Securitate. Potrebbe succedere di tutto.

Stiamo perdendo tempo. Dobbiamo sconfiggerli. Dobbiamo sederci e pensare, elaborare una strategia per ottenere il massimo effetto possibile nel modo più breve possibile. Altrimenti sarà troppo tardi. Quindi cosa dovrei dire? La mia conclusione non è ottimista. Finora, malgrado il fatto che in quasi tutti i paesi abbiamo delle forze anti-UE, ciò non è sufficiente. Stiamo perdendo e stiamo sprecando tempo.

Borghi rilancia Italexit: “Prima o poi fuori dall’euro” – WSI

Riproponiamo un articolo pubblicato sul sito wallstreetitalia.com nel luglio 2018 il quale riprese una intervista al Corriere della Sera del Prof. Claudio Borghi in merito all’uscita dell’Italia dall’Eurozona.

Si ritorna a parlare di Italexit e ancora una volta è il controverso Claudio Borghi Aquilini, presidente  della Commissione Bilancio a Montecitorio, leghista, a farlo in una lunga intervista al Corriere della Sera.

Alla domanda se pensa che l’Italia prima o poi uscirà dall’Euro, Borghi precisa:

 “Ne sono convintissimo (…) Nel gennaio 2013 un think tank inglese riunì a Bruxelles tutti gli economisti No Euro in circolazione. Ne scaturì il “Manifesto di solidarietà europeo”. In pratica arrivammo alla conclusione che la cosa migliore, anche per aggirare la propaganda sullo shock, sarebbe stata l’uscita della Germania per prima dall’Euro”.

Affermazioni quelle di Borghi che insieme alla voci di possibili dimissioni del ministro dell’economia Giovani Tria, in pressing con Matteo Salvini e Luigi Di Maio per la nomina dei vertici di Cassa Depositi e Prestiti (voci poi smentite dai diretti interessati) hanno gettato i mercati obbligazionari nuovamente nel panico. Da qui un’altra precisazione da parte di Borghi proprio sullo spread su cui lancia l’idea di una riforma.

“La prima riforma europea che andrebbe fatta è proprio quella sulla garanzia del debito. Oggi la BCE ha il potere di farti saltare il debito e di metterti in ginocchio. Bisognerebbe fare in modo che la Banca centrale intervenisse appena lo spread tra i titoli di due Paesi europei raggiunge quota duecento. Sarebbe anche un modo per difendersi dalle fake news per esempio quella secondo cui nelle bozze del programma comune tra Lega e Movimento Cinque Stelle era prevista l’uscita dall’Euro. È falso».

Nell’intervista Claudio Borghi ricorda anche il momento in cui ha sposato la casa del no-euro.

“Nell’estate del 2011. Ero in Liguria, al mare. Mentre in tv scorrevano le immagini della crisi greca, ho pensato: “Siamo in trappola. Dobbiamo uscire dalla zona Euro (…) Chiamai il politico più importante di cui avevo il numero, Angelino Alfano. Mi rispose il suo Capo di Gabinetto, mi chiese se era urgente e io replicai: “Abbastanza, dobbiamo uscire dall’Euro”. Mi viene da ridere: non era decisamente la persona giusta a cui rivolgermi. Cominciai a scriverne sul Giornale, nello stesso periodo in cui Alberto Bagnai creava il suo blog sulle stesse posizioni”.

Fonte: WSI