Guarino (2014): L’Euro è un golpe.

 

Fonte: YouTube Video pubblicato da La7 il 01 novembre 2014. Intervista al Prof. Guarino ad Otto e Mezzo.

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Borghi (2014): Uscire dall’Euro è conveniente

Claudio Borghi della Lega Nord spiega perchè, secondo la posizione politica del suo partito, sarebbe conveniente per l’Italia. L’Euro è una moneta con cambio fisso come era stato a suo tempo l’ECU, cambio fisso tra le monete dei paesi dell’Unione. Come ci furono benefici dalla svalutazione della Lira con l’uscita dall’ECU, altrettanti potrebbero esserci con l’uscita dall’Euro. Di seguito l’intervista a Claudio Borghi pubblicata da La7 il 1 aprile 2014.

 

Fonte: YouTube

Come si esce dall’euro (di J. Stiglitz)

Un articolo del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz su Politico affronta senza più giri di parole il tema dell’uscita dell’Italia dall’euro. Date le resistenze tedesche a riformare (radicalmente) l’eurozona come sarebbe necessario per salvare la moneta unica, all’Italia restano poche alternative all’uscita, se non vuole sprofondare nell’inferno greco. L’Italia per ora si è impegnata a restare nell’euro, ma le cose possono cambiare rapidamente, e il nuovo governo ha dimostrato di non avere paura di agire, come Stiglitz sembra essersi accorto.

di Joseph Stiglitz

Qual è il modo migliore per uscire dall’euro? La domanda torna sul tavolo dopo la nascita del governo euroscettico in Italia. Sì, è vero che i principali ministri si sono impegnati a mantenere il paese nel blocco europeo della moneta unica, ma questi impegni non devono essere visti come immutabili. Devono essere considerati nel contesto più ampio della posizione contrattuale italiana. Il nuovo governo vuole chiarire che non è lì per far saltare tutto per aria. Preferirebbe restare nell’eurozona, ma vuole anche il cambiamento.

I nuovi leader italiani hanno ragione nel ritenere che l’eurozona abbia assolutamente bisogno di una riforma. L’euro è stato difettoso fin dalla sua origine. Per paesi come l’Italia, l’euro ha tolto due meccanismi fondamentali di aggiustamento: il controllo sui tassi di interesse e il tasso di cambio. E al posto di sostituire questi meccanismi con qualcos’altro, l’euro ha introdotto rigidi parametri sul debito e sul deficit, cioè ulteriori impedimenti alla ripresa economica.

Il risultato per l’intera eurozona è stato quello di una minore crescita, soprattutto per i paesi più deboli. L’euro avrebbe dovuto, nelle intenzioni, portare grande prosperità, e questo avrebbe dovuto rinnovare gli impegni verso l’integrazione europea. In realtà ha fatto proprio l’opposto. Ha aumentato le fratture all’interno dell’Unione europea, soprattutto tra creditori e debitori.

Le spaccature che ne sono risultate hanno reso più difficile risolvere anche gli altri problemi, e in particolare la crisi dell’immigrazione, sulla quale le regole europee impongono un peso eccessivo ai paesi di frontiera che ricevono i migranti, come la Grecia e l’Italia. Oltretutto questi sono due paesi con problemi di debito, già piegati dalle difficoltà economiche. Non sorprende vedere una ribellione.

Le resistenze tedesche

Cosa si debba fare è ben chiaro. Il problema è la riluttanza tedesca nel farlo.

L’eurozona ha riconosciuto già da molto tempo la necessità di un’unione bancaria. Ma Berlino insiste nel posticipare la riforma chiave che servirebbe per questo – quella di una garanzia comune sui depositi – che ridurrebbe le fughe di capitali dai paesi più deboli: la fuga di capitali è un fattore chiave nello spiegare la profondità della recessione nei paesi in crisi.

Le politiche economiche adottate dalla Germania al proprio interno aggravano i problemi dell’eurozona. La sfida economica principale dei paesi in un’unione monetaria è la loro impossibilità di aggiustare il tasso di cambio quando questo è disallineato. In eurozona, il peso dell’aggiustamento viene oggi imposto ai paesi debitori, che già stanno soffrendo di bassa crescita e bassi redditi. Se la Germania adottasse una politica fiscale e dei redditi più espansiva, alcune delle pressioni sui paesi debitori sparirebbero.

Se la Germania non vuole intraprendere i passi fondamentali per migliorare l’unione monetaria, potrebbe adottare la seconda miglior scelta, quella di uscire dall’eurozona. Come ha detto George Soros, la Germania deve guidare la situazione oppure deve uscire. Con la Germania (ed eventualmente altri paesi dell’Europa del nord) fuori dall’unione monetaria, il valore dell’euro scenderebbe, facendo aumentare le esportazioni dell’Italia e degli altri paesi dell’Europa del sud. La maggiore fonte di disallineamento scomparirebbe. Al tempo stesso l’aumento del tasso di cambio della Germania darebbe un grosso contributo a correggere uno dei principali fattori destabilizzanti dell’economia globale: lo squilibrio commerciale tedesco.

Perché uscire

Il problema, ovviamente, è che la Germania si ostina a rifiutare di intraprendere qualsiasi dei due percorsi. Questo lascia i cittadini di paesi come la Grecia e l’Italia con una scelta che non vorrebbero dover prendere, quella tra l’appartenenza all’eurozona e la prosperità economica.

Un timido e inesperto governo greco ha scelto di restare nell’unione monetaria. Il risultato è stato quello della stagnazione. Nel 2015 il PIL greco era già crollato del 25 percento rispetto al picco pre-crisi. Da allora non si è praticamente mosso.

L’Italia ha ora l’opportunità di fare una scelta diversa. In assenza di riforme significative, i benefici di un’uscita dell’Italia dall’euro sarebbero evidenti e notevoli.

Un tasso di cambio più basso permetterebbe all’Italia di esportare di più. I consumatori cambierebbero i prodotti di importazione con prodotti made-in-Italy. I turisti troverebbero il paese più conveniente come destinazione. Tutto questo stimolerebbe la domanda e aumenterebbe il gettito fiscale di cui il governo può disporre. La crescita aumenterebbe, i livelli di disoccupazione dell’Italia (all’11,2 percento, con il 33,1 percento di disoccupazione giovanile) scenderebbero.

Ci sono, certo, anche altre ragioni dietro le difficoltà economiche italiane, e queste sarebbero solo parzialmente risolte da un’uscita dall’euro. Governi come quelli del presidente USA Donald Trump, o dell’ex Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi – che non hanno alcuna comprensione delle vere basi di una crescita sostenibile nel lungo termine – non forniscono la leadership politica necessaria per una crescita forte e sostenibile.

Al tempo stesso, però, la crescita fiacca e la disuguaglianza che l’Italia ha avuto come risultato dell’appartenenza all’euro porta quasi inevitabilmente terreno fertile a tali populisti.

Ci sarebbero anche altri benefici politici. Una Italia più prospera potrebbe più facilmente cooperare in aree chiave nelle quali l’Europa ha bisogno di un lavoro coordinato: l’immigrazione, le forze di difesa europee, le sanzioni alla Russia, le politiche commerciali.

Le politiche sul commercio e sull’immigrazione portano benefici all’intero paese, ma ci sono anche quelli che possono perderci, e i vincoli fiscali dell’eurozona hanno reso praticamente impossibile fornire a questi ultimi tutele adeguate. Un’Italia fuori dall’eurozona potrebbe meglio beneficiare delle proprie politiche internazionali, e al tempo stesso ridurre le sofferenze che queste potrebbero portare come effetto collaterale.

Come farlo

La sfida, naturalmente, è quale sia il modo migliore per uscire dall’eurozona minimizzando i costi economici e politici. Un’ampia ristrutturazione del debito, condotta con speciale attenzione alle conseguenze che avrebbe per le istituzioni finanziarie interne, sarebbe essenziale. Senza una tale ristrutturazione, il peso del debito denominato in euro salirebbe, annullando forse una gran parte dei potenziali vantaggi.

Queste ristrutturazioni del debito sono una parte normale delle ampie svalutazioni. Talvolta vengono fatte tranquillamente e silenziosamente, come quando gli USA sono usciti dal gold standard. Talvolta invece sono fatte più apertamente, come nei casi di Islanda e Argentina, tra gli strepiti dei creditori. Tuttavia queste ristrutturazioni del debito vanno viste come un rischio intrinseco nel momento in cui si decide di investire all’estero, e sono una delle ragioni per le quali i titoli “stranieri” di solito fruttano un premio di rischio.

Da un punto di vista economico la cosa più semplice sarebbe che le entità italiane (governo, imprese e singoli individui) ridenominassero semplicemente il debito da euro a nuova lira. Ma a causa delle complessità legali all’interno della UE, e a causa dei vincoli internazionali dell’Italia, potrebbe essere preferibile attuare una super amministrazione controllata, ricorrendo alla ristrutturazione del debito per qualsiasi entità per la quale la nuova moneta presenti seri problemi economici. La legge fallimentare rimane un’area a totale discrezione di ciascuno dei singoli paesi membri della UE.

L’Italia potrebbe perfino decidere di non annunciare la propria uscita dall’euro. Potrebbe semplicemente emettere dei titoli (diciamo equiparabili a titoli del debito pubblico) accettati come mezzo di pagamento per qualsiasi obbligazione denominata in euro. Una diminuzione del valore di questi titoli equivarrebbe a una svalutazione. Questo ripristinerebbe al tempo stesso la possibilità di una politica monetaria in Italia: i cambi di politica della banca centrale influenzerebbero il valore dei titoli.

Urla e proteste

Certo, ci sarebbero urla e proteste da parte di altri paesi dell’eurozona. L’introduzione di una moneta parallela, anche in modo informale, violerebbe quasi sicuramente le regole dell’eurozona e sarebbe certamente contro il suo spirito. Ma in questo modo l’Italia potrebbe lasciare agli altri paesi la scelta di una eventuale espulsione dall’eurozona.

Roma potrebbe approfittare della situazione dato che i litigiosi membri dell’unione monetaria potrebbero anche non intraprendere mai una tale azione forte, azione che confermerebbe palesemente che l’eurozona è compromessa. A quel punto l’Italia avrebbe vinto tutto. Resterebbe dentro l’eurozona e al tempo stesso avrebbe fatto una svalutazione.

E se anche l’Italia dovesse perdere questa scommessa, il peso politico della sua uscita dall’eurozona ricadrebbe chiaramente sui suoi “partner”. Sarebbero loro, infatti, a dover fare l’ultimo passo.

La Grecia si è arresa e si è lasciata strangolare dalla Banca Centrale Europea. Ma non era costretta a farlo. Atene era già avanti nella creazione dell’infrastruttura (un meccanismo di pagamenti elettronici in una nuova dracma) che avrebbe facilitato la transizione verso l’uscita dall’eurozona.

Gli avanzamenti tecnologici nel corso degli ultimi tre anni hanno reso molto più semplici ed efficaci i sistemi di creazione di moneta elettronica. Se l’Italia decidesse di usare uno di questi, non dovrebbe nemmeno preoccuparsi delle difficoltà legate alla stampa di nuova moneta cartacea.

L’Italia potrebbe anche attenuare alcuni dei problemi dell’uscita se si coordinasse, in una tale mossa, con altri paesi che si trovano nella sua stessa posizione.

L’ampio ed eterogeneo gruppo di paesi che compone ora l’eurozona è ben diverso da ciò che gli economisti definiscono area valutaria ottimale. C’è troppa diversità, troppe differenze, per farla funzionare senza quel miglioramento istituzionale sul quale la Germania ha già messo il veto.

L’eurozona del sud da sola sarebbe molto più simile ad un’area valutaria ottimale. E se può essere difficile coordinare l’uscita di molti paesi in poco tempo, dopo una eventuale ed efficace uscita dell’Italia dall’euro, quasi certamente altri paesi la seguirebbero.

Costi e benefici

A dire il vero non si devono nemmeno sottostimare i costi di un’ampia svalutazione. Qualsiasi grosso cambiamento in una variabile fondamentale dell’economia implica una forte perturbazione.

Il prezzo della valuta è, ovviamente, cruciale in un’economia aperta. Ha degli effetti a catena sui prezzi di tutti gli altri beni e servizi. Alcune, forse molte, aziende andranno in bancarotta. Alcuni, forse molti, individui vedranno diminuire i propri redditi reali.

Ma è altrettanto importante non sottostimare i costi dell’attuale situazione italiana. Se l’Italia fosse cresciuta come il resto dell’eurozona negli ultimi 20 anni, cioè da quando l’euro è stato creato, oggi il suo PIL sarebbe del 18 percento più alto.

Il costo della disoccupazione a lungo termine, specialmente tra i giovani, è enorme. I giovani tra i 20 e i 30 anni dovrebbero accrescere la propria professionalità lavorando. E invece se ne restano a casa a non far nulla, e molti nutrono risentimenti verso quelle élite e istituzioni alle quali attribuiscono la propria condizione. Ciò che ne risulta è una mancanza di formazione di nuovo capitale umano, e questo pesa negativamente sulla produttività per gli anni a venire.

In un mondo ideale l’Italia non dovrebbe essere costretta a uscire dall’eurozona. L’Europa potrebbe invece riformare l’unione monetaria e fornire una protezione migliore per quelli che sono negativamente colpiti dalle disposizioni sul commercio e sull’immigrazione.

Ma in assenza di un cambio di direzione della UE nel suo insieme, l’Italia deve ricordarsi che esiste un’alternativa alla stagnazione economica e che ci sono modi di uscire dall’eurozona tali che i benefici superano molto probabilmente i costi.

Se il nuovo governo italiano sarà in grado di gestire una tale uscita, l’Italia starà meglio. E starà meglio anche il resto d’Europa.

Fonte: Voci dall’Estero, 26 giugno 2018

 

Sovranità monetaria: l’arma di cui ci priviamo per uscire dalla crisi

Che in buona sostanza nel 2007 sia entrato in crisi economica tutto il mondo è risaputo, però c’è chi ne è uscito e chi invece naviga ancora in cattive acque.

Ne è uscita l’America, benché la crisi sia iniziata lì; ne è uscita la Cina, che nel recente passato ha superato il Giappone nella classifica dei Paesi più ricchi al mondo piazzandosi al secondo posto. Ne è uscito lo stesso Giappone, la cui corsa in investimenti e tecnologia continua galoppante (in tempi abbastanza recenti la giapponese Hitachi ha acquistato l’italiana Ansaldo, giusto per fare un esempio).

Al contrario, nella quasi totalità dell’Europa, continua a regnare la stagnazione economica; le economie interne calano, le produzioni crollano e con esse il lavoro, quindi la qualità della vita diminuisce e via via si precipita in un circolo vizioso.

Ciò che di base differenzia i Paesi che sono usciti dalla crisi rispetto a quelli che ancora non ce l’hanno fatta, è una peculiarità che non rientra nelle caratteristiche geografiche, morfologiche o strutturali, ma riguarda la possibilità di decidere ed attuare le scelte di strategia economica: la sovranità monetaria.

Non che gli altri aspetti non influenzino l’economia di un Paese, ma anch’essi più che influenzare sono influenzati dalla sovranità monetaria stessa.

Risulta infatti facile ed immediato notare come questo fattore sia il principale punto in comune sia in positivo che in negativo tra gli Stati che si sono ripresi e quelli che invece ancora arrancano.

L’America, da quando, grazie ai famosi “petroldollari” (oltre che alle vicissitudini storiche quali la vittoria della guerra), ha scoperto di poter “controllare” il mondo stampando moneta, si è conquistata ed ampiamente garantita la posizione di leader economico mondiale.

La Cina, anch’essa dotata di sovranità monetaria, sta conoscendo una crescita esponenziale e velocissima; è emblematico l’episodio, risalente a poco tempo fa, in cui il governo cinese ha svalutato lo Yuan per ben 3 volte in 8 ore, mettendo in crisi i mercati globali (quello americano su tutti, che si è poi tutelato con manovre mirate da parte della Federal Reserve).

Il Giappone, che continua ad avere un debito pubblico pari a quasi tre volte il PIL, si autofinanzia tra governo e banca centrale; così stampa moneta, investe tutta la liquidità che gli serve e sostanzialmente ha un debito con sé stesso che, tradotto, significa nessun problema.

Il Canada, anch’esso in una posizione simile a quella del Giappone, ha un’economia che non risente di problemi.

Al contrario, negli Stati membri dell’Europa, a parte la Germania che ha avuto la forza politica di crearsi tramite l’Euro e la BCE un’economia a sua immagine e somiglianza nella zona Euro, continua il bagno di sangue.

Stati con economie e caratteristiche diverse, hanno vita breve se gli si applicano regole comuni e non mirate alle loro necessità: imporre una moneta unica a tutti gli Stati è come imporre vestiti di taglia unica a tutti i cittadini.

Privati delle Banche Centrali, sostituite dalla BCE, non possono compoertarsi come Canada e Giappone ed autofinanziarsi creando un debito con sé stessi. Tolte le monete nazionali, non possono agire su di esse e quindi per restare competitivi devono svalutare il lavoro, con i risultati dell’assoluta povertà che stiamo vivendo (nascita dei Paesi PIIGS).

La differenza sta quindi nel poter autonomamente decidere come muoversi e quando farlo; diversamente si resta deboli e prevedibili. Se qualcuno decide per noi, non lo farà di certo nel nostro interesse ma nel suo.

Sotto questo punto di vista, emerge la differenza della mentalità orientale intrinseca anche nelle radici ludiche: mentre noi giochiamo a scacchi, loro giocano a “go”.

Negli scacchi le pedine sono tutte visibili e schierate fin dall’inizio, si possono muovere solo in determinate direzioni ed hanno una precisa scala gerarchica d’importanza.

“Go”, invece, è pur sempre un gioco da tavola su scacchiera, ma ogni giocatore tiene le sue pedine nascoste dall’avversario, nascondendo al nemico la quantità e la tipologia della forza posseduta, ed inoltre può attaccare il rivale da qualsiasi punto della scacchiere ed in qualsiasi momento.

Vince chi sa essere più imprevedibile nell’attacco, chi sa tutelarsi meglio dai vari rischi a livello difensivo e chi riesce ad attuare una strategia complessiva più efficace ragionando a 360°.

Questi due giochi tradizionali danno una sintesi dell’andamento economico attuale, tra chi si lega le mani da solo e chi invece vuole usare tutte le armi a sua disposizione.

Ci stiamo privando degli strumenti di politica economica più importanti che esistano e lo stiamo facendo con le nostre mani: noi giochiamo a scacchi, loro giocano a go.

Fonte: Wall Street Italia di A. Puppato del 22 maggio 2017

Rivoluzione americana. Fu lotta per la sovranità finanziaria contro l’imposizione della sterlina britannica nelle colonie americane.

“Ogni governo può creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare le proprie necessità di spesa ed il potere d’acquisto dei consumatori” Abraham Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti.

Quando Benjamin Franklin venne chiamato a relazionare al parlamento britannico nel 1757 e gli venne chiesto di dar conto della prosperità delle colonie americane, rispose: “E’ semplice. Nelle colonie emettiamo la nostra moneta, chiamata biglietto coloniale (Colonial Script). Lo emettiamo in proporzione alla domanda commerciale ed industriale per facilitare il passaggio dei prodotti dal produttore al consumatore. In questo modo, creando noi stessi la moneta, ne controlliamo il potere d’acquisto e non dobbiamo pagare interessi a nessuno”.

Fu la lotta per la sovranità finanziaria che dette origine alla rivoluzione americana, quando la Banca d’Inghilterra, obbligando lecolonie ad abbandonare i loro biglietti e ad adottare esclusivamente la sterlina inglese, precipitò le colonie in un profondo stato di povertà e di crisi economica. Quella guerra non è mai finita. Durante la loro vita politica, Thomas Jefferson, James Madison e Andrew Jackson combatterono contro i tentativi dei banchieri europei di controllare la fornitura della moneta degli Stati Uniti attraverso una banca centrale.

Quando Abraham Lincoln emise i verdoni (greenback) che toglieva ai banchieri privati il monopolio dell’emissione e del controllo monetario, egli venne presto assassinato. I banchieri internazionali hanno combattuto per un secolo per ottenere il diritto esclusivo all’emissione monetaria da scambiare col debito pubblico, negli Stati Uniti, e ci riuscirono finalmente nel 1913 con l’istituzione della Federal Reserve, attraverso la legge Federal Reserve Act. Questa legge autorizzava un cartello privato a creare moneta dal nulla e a prestarla ad usura (interesse) al governo statunitense, controllandone la quantità che il cartello poteva espandere o diminuire a piacere. Il deputato Charles Lindbergh definì la legge “il peggior crimine legislativo di tutti i tempi”.

Cinquant’anni dopo, il presidente John F. Kennedy sfidò i banchieri centrali emettendo dei biglietti di stato liberi dal debito. Anche lui finì assassinato. L’operazione effettuata con la legge del 1913 con la quale si fondava la Federal Reserve era incostituzionale, così come lo è stata la sottoscrizione e recezione del Trattato di Maastricht da parte dell’Italia ottant’anni dopo, perché trasferiva il potere sovrano dell’emissione monetaria ad un cartello bancario privato. Il debito pubblico esponenziale che ne seguì è quello che ha portato gli Stati Uniti alla bancarotta, attraverso l’appropriazione indebita delle enormi risorse economiche e vitali del popolo nord-americano. Questo sistema monetario parassitario, basato sull’usura, da allora è diventato il modello del sistema bancario occidentale ed è stato adottato in 170 paesi del mondo.

Claudio Borghi: “Se non riusciamo a cambiare l’Ue, dovremo uscirne”

“Penso che questa opportunità sia l’ultima. Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti ‘mandarini’ guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne”. Lo ha detto il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, a un dibattito della Cisl definendo il progetto della Ue “fallimentare e tossico per l’Italia”. E ha continuato: “Se l’ambiente rimane tossico, io dirò ‘andiamone fuori’. Dal 2000 a oggi l’Italia è cresciuta del 3 percento. Abbiamo perso due decenni e li abbiamo buttati, non c’è stato nessun progresso economico”.

Borghi insiste sull’economia e sulla differenza tra la Germania e gli altri stati membri: “In questo bell’ambiente che dovrebbe essere di solidarietà e fraternità abbiamo uno stato che è in vantaggio rispetto a noi, che ha meno disoccupazione, che è più ricco, che fa politiche espansionistiche e mercantiliste, che si finanzia a un tasso del 3 percento inferiore a noi. Che cosa dobbiamo fare, facciamo la gara contro Bolt con le gambe annodate?”.

Borghi è fiducioso del fatto che dal 26 maggio le cose potrebbero cambiare, ma in che modo? Il leghista fa alcuni esempi: “Abolendo il pareggio di bilancio in costituzione e sostituendolo con ‘disoccupazione zero’ e facendolo diventare un obiettivo dell’Europa”. “Invece di essere contributori netti diventeremmo ricettori netti perché la Germania dovrebbe pagare per mettere su politiche del lavoro in Paesi in cui c’è disoccupazione, in certi casi causata anche dalle sue politiche e dal suo modo predatorio di condurre il commercio internazionale”.

Se la Ue, ha continuato Borghi, “invece di chiudere gli occhi sull’enorme surplus commerciale della Germania, che è fuori da tutte le regole, lo facesse rispettare, magari l’ambiente sarebbe meno tossico. Se la Ue invece di dire all’Italia di fare zero deficit valutasse quale è il Paese più in recessione e consentisse a quello di fare più deficit, sarebbe un ambiente meno tossico”. In questo modo, secondo il leghista, “non ci sarebbe lo spread perché ci sarebbe un cambiamento della mission della Bce in modo tale che diventi prestatore di ultima istanza, invece di utilizzare il mercato per bastonare gli Stati”.

Fonte: huffingtonpost.it – 15 febbraio 2019