Fuori dall’euro, finchè siamo in tempo!

L’affermazione dell’ovvio per la confutazione dell’assurdo, spesse volte, non è sufficiente; in special modo quando, ad affermare l’ovvio, è uno sconosciuto. Ragione per la quale, confortato da una benevola speranza circa l’esistenza di una reale possibilità di trasmettere il mio pensiero, senza che ciò sia soggetto a sterili fraintendimenti di natura politica, provo a farmi scudo con personaggi la cui indiscussa autorevolezza risulta universalmente riconosciuta. Non prima però, considerato l’argomento, di aver sottolineato il dato, emerso da un sondaggio condotto dal Parlamento Europeo, che un italiano su due, oggi, uscirebbe dall’Unione Europea. Per l’esattezza, solo il 44% resterebbe in zona euro, contro la ben più alta media europea del 66% e, finanche, al di sotto del 53% del Regno Unito, già uscito con la Brexit di qualche mese fa.

I personaggi a cui mi riferisco sono sei premi nobel per l’economia, i quali, per ragioni differenti, hanno sempre espresso il loro pieno dissenso contro la moneta unica europea, cominciando da Milton Friedman, che già vent’anni fa pensava alla Moneta Unica come a un Soviet e sosteneva che Bruxelles e Francoforte avrebbero preso il posto del Mercato. Secondo l’economista, più che unire, la moneta unica avrebbe diviso, spostando in politica anche questioni economiche che avrebbero conferito all’UE un sempre maggiore ruolo di regolazione della vita economia e politica degli Stati aderenti. Tutto vero. È quanto sta succedendo oggi. L’UE e la BCE “comandano” sugli Stati  e negli Stati.  Paul Krugman, invece, pensa che l’Europa sarà sempre fragile e che la sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea … (che attualmente ancora non esiste, aggiungerei). Quanto a Joseph Stiglitz, egli pensa che l’euro o cambia o è meglio lasciarlo morire. Anche Stiglitz insiste sulla garanzia bancaria intesa come  una vera unione con un unico sistema di assicurazione dei depositi, delle procedure risolutive ed un sistema di supervisione comune, oltre alla necessità degli Eurobond o di uno strumento simile. Passando ad Amartya Sen, nella recente intervista “Che orribile idea l’euro”, si dichiara molto preoccupato per quello che succede in Europa, per l’effetto della moneta unica, che era nata con lo scopo di unire il continente e finendo per dividerlo. Evidentemente, una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa.  Incalza James Mirrless, il quale, nel suo intervento all’Università Ca’ Foscari, ha testualmente detto che “all’Italia conviene uscire dall’Euro subito”, perché finché resterà nell’euro, non potrà espandere la massa di liquidità, ne svalutare la moneta.

Christopher Pissarides, dichiara l’opportunità di abbandonare l’Euro. Dopo esserne stato nel passato un fautore, sostiene di esserne stato completamente ingannato: “Allora, l’euro sembrava una grande idea, ma ora ha prodotto l’effetto contrario di quello che si aveva in mente ed ha bloccato crescita e la creazione del lavoro. In questo momento sta dividendo l’Europa e la situazione attuale non è sostenibile. L’Euro divide l’Europa e la sua fine è necessaria per ricreare quella fiducia che le nazioni europee una volta avevano l’una all’altro. Non è certo quello che i padri costituenti avevano in mente”.

Insomma, che l’euro fosse un esperimento fallimentare lo si pensava già prima che egli avesse i natali. L’economista inglese Kaldor, nel 1971, spiegò i motivi per cui il progetto di una moneta unica sarebbe fallito: lo squilibrio commerciale e della bilancia dei pagamenti a causa di un regime di cambi fissi in assenza di armonizzazione del mercato del lavoro e del sistema fiscale e di meccanismi di trasferimento.

Di certo, fa impressione notare come, più di quarant’anni fa, fosse perfettamente chiaro a cosa sarebbero andati incontro i Paesi europei introducendo una moneta unica, prima ancora di una unione politica, fiscale e legislativa: un disastro, annunciato, della periferia, al quale sarebbe seguita una rottura dell’intero sistema.

Il disastro di una parte della “Zona Euro” lo stiamo vivendo nei nostri giorni, mentre la rottura del sistema è ancora di là da venire, ma non molto lontana.

Certo è che non dovremmo aspettare ancora molto, stando alle indicazioni di studiosi del calibro di quelli qui citati. E se ancora nutriamo dei dubbi, guardiamo alla Grecia. Ma quando accadrà (perché accadrà), non cadiamo dalle nubi.

Fonte: corrieresalentino.it Articolo di F. Carlino del 21 ottobre 2018

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