Sovranità monetaria: l’arma di cui ci priviamo per uscire dalla crisi

Che in buona sostanza nel 2007 sia entrato in crisi economica tutto il mondo è risaputo, però c’è chi ne è uscito e chi invece naviga ancora in cattive acque.

Ne è uscita l’America, benché la crisi sia iniziata lì; ne è uscita la Cina, che nel recente passato ha superato il Giappone nella classifica dei Paesi più ricchi al mondo piazzandosi al secondo posto. Ne è uscito lo stesso Giappone, la cui corsa in investimenti e tecnologia continua galoppante (in tempi abbastanza recenti la giapponese Hitachi ha acquistato l’italiana Ansaldo, giusto per fare un esempio).

Al contrario, nella quasi totalità dell’Europa, continua a regnare la stagnazione economica; le economie interne calano, le produzioni crollano e con esse il lavoro, quindi la qualità della vita diminuisce e via via si precipita in un circolo vizioso.

Ciò che di base differenzia i Paesi che sono usciti dalla crisi rispetto a quelli che ancora non ce l’hanno fatta, è una peculiarità che non rientra nelle caratteristiche geografiche, morfologiche o strutturali, ma riguarda la possibilità di decidere ed attuare le scelte di strategia economica: la sovranità monetaria.

Non che gli altri aspetti non influenzino l’economia di un Paese, ma anch’essi più che influenzare sono influenzati dalla sovranità monetaria stessa.

Risulta infatti facile ed immediato notare come questo fattore sia il principale punto in comune sia in positivo che in negativo tra gli Stati che si sono ripresi e quelli che invece ancora arrancano.

L’America, da quando, grazie ai famosi “petroldollari” (oltre che alle vicissitudini storiche quali la vittoria della guerra), ha scoperto di poter “controllare” il mondo stampando moneta, si è conquistata ed ampiamente garantita la posizione di leader economico mondiale.

La Cina, anch’essa dotata di sovranità monetaria, sta conoscendo una crescita esponenziale e velocissima; è emblematico l’episodio, risalente a poco tempo fa, in cui il governo cinese ha svalutato lo Yuan per ben 3 volte in 8 ore, mettendo in crisi i mercati globali (quello americano su tutti, che si è poi tutelato con manovre mirate da parte della Federal Reserve).

Il Giappone, che continua ad avere un debito pubblico pari a quasi tre volte il PIL, si autofinanzia tra governo e banca centrale; così stampa moneta, investe tutta la liquidità che gli serve e sostanzialmente ha un debito con sé stesso che, tradotto, significa nessun problema.

Il Canada, anch’esso in una posizione simile a quella del Giappone, ha un’economia che non risente di problemi.

Al contrario, negli Stati membri dell’Europa, a parte la Germania che ha avuto la forza politica di crearsi tramite l’Euro e la BCE un’economia a sua immagine e somiglianza nella zona Euro, continua il bagno di sangue.

Stati con economie e caratteristiche diverse, hanno vita breve se gli si applicano regole comuni e non mirate alle loro necessità: imporre una moneta unica a tutti gli Stati è come imporre vestiti di taglia unica a tutti i cittadini.

Privati delle Banche Centrali, sostituite dalla BCE, non possono compoertarsi come Canada e Giappone ed autofinanziarsi creando un debito con sé stessi. Tolte le monete nazionali, non possono agire su di esse e quindi per restare competitivi devono svalutare il lavoro, con i risultati dell’assoluta povertà che stiamo vivendo (nascita dei Paesi PIIGS).

La differenza sta quindi nel poter autonomamente decidere come muoversi e quando farlo; diversamente si resta deboli e prevedibili. Se qualcuno decide per noi, non lo farà di certo nel nostro interesse ma nel suo.

Sotto questo punto di vista, emerge la differenza della mentalità orientale intrinseca anche nelle radici ludiche: mentre noi giochiamo a scacchi, loro giocano a “go”.

Negli scacchi le pedine sono tutte visibili e schierate fin dall’inizio, si possono muovere solo in determinate direzioni ed hanno una precisa scala gerarchica d’importanza.

“Go”, invece, è pur sempre un gioco da tavola su scacchiera, ma ogni giocatore tiene le sue pedine nascoste dall’avversario, nascondendo al nemico la quantità e la tipologia della forza posseduta, ed inoltre può attaccare il rivale da qualsiasi punto della scacchiere ed in qualsiasi momento.

Vince chi sa essere più imprevedibile nell’attacco, chi sa tutelarsi meglio dai vari rischi a livello difensivo e chi riesce ad attuare una strategia complessiva più efficace ragionando a 360°.

Questi due giochi tradizionali danno una sintesi dell’andamento economico attuale, tra chi si lega le mani da solo e chi invece vuole usare tutte le armi a sua disposizione.

Ci stiamo privando degli strumenti di politica economica più importanti che esistano e lo stiamo facendo con le nostre mani: noi giochiamo a scacchi, loro giocano a go.

Fonte: Wall Street Italia di A. Puppato del 22 maggio 2017

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