Cos’è il debito pubblico di uno Stato sovrano. Lo spiega Borghi.

Fonte: YouTube (qui)

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Sondaggio shock: in Italia il 55% non si fida dell’UE.

LONDRA – Come ogni anno la commissione europea pubblica i risultati del cosiddetto Eurobarometro, un sondaggio fatto a livello europeo per conoscere il livello di popolarita’ dell’Unione Europea.

Anche quest’anno la societa’ belga Kantar per conto della commissione europea ha chiesto a 28mila cittadini europei tra giugno e luglio cosa ne pensano della UE e i risultati sono piuttosto interessanti.

In Gran Bretagna il 56% dei cittadini non ha fiducia nella UE contro il 29% che ha un’opinione positiva e il 15% che non ha un’opinione e la cosa non sorprende visto che nel 2016 la maggioranza dei cittadini britannici ha votato per uscire dalla UE.

Non sorprende nemmeno che in Grecia il 66% dei cittadini non abbia fiducia nella UE (mentre il 32% ha un’opinione positiva e il 2% non ha un’opinione) visto i danni che le politiche di austerita’ hanno causato all’economia greca.

Cio’ che sorprende invece e’ il fatto che a non fidarsi della UE siano la maggioranza dei cittadini francesi e italiani.

In Francia il 56% dei francesi non si fida della UE contro un 33% che ha un’opinione positiva e un 11% che non ha opinione. Va osservato al riguardo che i presidente francese Macron, entusiasta della Ue, è al minimo assoluto del gradimento da parte dei suoi connazionali che evidentemente bocciano lui e con lui la Ue.

Quanto all’Italia invece a non fidarsi della UE sono il 55% contro un 37% che ha un’opinione positiva e un 8% che non ha opinione.

Che un numero cosi’ alto di italiani non abbia fiducia nella UE e’ sorprendente non fosse altro perchè quasi tutti i mezzi di informazione senza tregua e senza neppure un briciolo di onestà intellettuale continuano ad  osannare le virtu’ della UE e a accusare gli euroscettici di essere dei razzisti ignoranti, ma evidentemente questa colossale campagna mediatica ha fallito nel suo intento di convincere le persone. Gli italiani vedono sulla loro pelle le conseguenze delle politiche migratorie e di austerita’ volute dalla UE e per tali ragioni non credono piu’ a queste menzogne e non a caso il 34% degli euroscettici ha dichiarato che l’immigrazione e’ cio che li preoccupa di piu’.

Cio che colpisce di questa storia e’ come questa notizia, riportata dal Daily Express, sia stata completamente censurata perche’ si vuole far credere che la UE sia enormemente popolare.

Ovviamente non e’ cosi’ e non a caso sempre piu’ persone si informano su internet perche’ trovano notizie come questa che la stampa censura e noi continueremo a divulgare queste notizie perche’ vogliamo che la gente conosca la verita’.

Articolo di Giuseppe De Santis – il Nazionalista (qui) – Fonte originale: Express.co.uk

Ofce: “Se esce dall’euro l’Italia non rischia nulla”

Lo studio: il Paese sarebbe più competitivo e la nuova lira si rivaluterebbe dell’1%.

Anche a Parigi si pensa all’Eurexit. Non si tratta, però, di uno slogan elettorale di Marine Le Pen, ma di un’elaborazione di un autorevole centro di ricerca economico transalpino, l’Ofce che è stato presieduto per vent’anni dall’economista Jean-Paul Fitoussi.

Insomma, Mediobanca Securities non è stata la sola in Europa a esercitarsi sul cosiddetto breakup, cioè lo «spezzatino» dell’unione monetaria. Il report della divisione Trading del «salotto buono» della finanza, pubblicato dal Giornale, ha svelato come il dibattito sia condotto nelle sedi istituzionali più importanti. Tant’è vero che uno dei due autori della pubblicazione dell’Ofce, Sébastien Villemot, collabora con Sciences Po, la prestigiosa università francese guidata dall’europeista Enrico Letta.

Lo studio, curato da Villemot e dal collega Cédric Durand della Sorbona, ipotizza due scenari: l’uscita dall’euro di un singolo Paese o la rottura totale e contemporanea dell’unione. Partiamo dalle conclusioni, che sono molto interessanti, e risaliamo successivamente alle premesse. Sulla base dei dati relativi alla natura del debito pubblico e di quello privato alla fine di settembre 2015, la fine dell’euro comporterebbe una sostanziale stabilità rispetto alla moneta unica per una eventuale nuova lira (che si rivaluterebbe di circa l’1% sull’euro). Tale considerazione proviene dal fatto che il debito pubblico emesso in altre giurisdizioni e valute si attesta a circa il 5% del Pil e dunque non rappresenta un problema irrisolvibile. In caso di Italexit, infatti, quei titoli o quei finanziamenti non potrebbero essere ridenominati in nuove lire e potrebbero appesantire il conto. Ma, come si è visto, la loro incidenza non è problematica. In secondo luogo, la posizione netta dell’Italia (attivi-passivi) è positiva. Grazie alla forza di famiglie e imprese la nazione produce ed è perciò creditrice in misura maggiore rispetto a quello che è il suo sbilancio. Il saldo è infatti positivo per circa il 30% del Pil.

Ecco perché l’Italia avrebbe da temere per la fine dell’euro meno di Germania, Francia e Spagna. La prima dovrebbe sopportare una rivalutazione del 14% che la renderebbe meno competitiva, mentre le seconde soffrirebbero una svalutazione dell’11% circa sull’euro. Premesso che si tratta di simulazioni che non tengono conto del peso dei derivati finanziari presenti sul mercato, non si può tuttavia non sottolineare come, secondo Villemot e Durand, l’uscita dall’euro per l’Italia sarebbe a «rischio zero» in virtù anche di un’incidenza tollerabile dei debiti delle istituzioni finanziarie e non finanziarie espressi in valuta estera (30% e 8% del Pil). Basti pensare che per il piccolo Lussemburgo questi due parametri raggiungono il 742 e il 1.125% del Pil.

Insomma, senza euro l’Italia sarebbe più competitiva nell’export con la concorrenza tedesca. Certo, l’ambiente sarebbe un po’ differente perché si troverebbe circondata anche da Paesi in forte difficoltà come Grecia, Portogallo e Lussemburgo (forse pure la Finlandia) che sarebbero costretti al default per l’improvvisa insostenibilità del debito.

Fonte: ilgiornale.it Articolo di G.M. De Francesco del 21 febbraio 2017.

Giù le mani dall’oro di Bankitalia. Parola di Draghi. Salvini: “L’oro è di proprietà degli italiani, non di altri”. Ma ora serve una legge.

E’ arrivata la risposta del Governatore della Banca centrale europe ad una interrogazione dei parlamentari europei  Zanni (Lega) e Valli (ex M5S).

Eurotower ha diritto di “approvare le operazioni” sulle riserve rimaste nelle banche nazionali.

C’è la firma di Mario Draghi sulla risposta scritta (qui) all’interrogazione degli europarlamentari Marco Valli (eletto con M5S, ma recentemente espulso) e Marco Zanni (Lega) sul tema della proprietà legale delle riserve auree di Banca d’Italia, in cui il presidente afferma che la Bce ha il “pieno diritto di detenere e gestire le riserve in valuta che le vengono trasferite e di utilizzarle per gli scopi indicati nello Statuto”.

La Bce fa riferimenti normativi – il Trattato sul funzionamento dell’Ue e lo Statuto del Sebc (Sistema europeo di banche centrali) – e ribadisce “l’indipendenza della Bce e delle banche centrali nello svolgimento di qualsiasi azione connessa alla detenzione e alla gestione delle riserve ufficiali”. In Italia a guidare una battaglia per fare chiarezza circa la proprietà delle riserve auree e definire in modo inequivocabile che le stesse sono del popolo italiano è il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi.

Lo Statuto del Sebc, scrive Draghi nella risposta, contiene poi ulteriori disposizioni sulle competenze della Bce.

L’articolo 30 prevede che tutte le banche centrali trasferiscano un determinato ammontare di attività di riserva in valuta, ivi incluse riserve auree, alla Bce in proporzione alle rispettive quote di partecipazione al capitale di quest’ultima, riconoscendo altresì alla Bce la facoltà di effettuare ulteriori richieste di attività di riserva in valuta, se necessario. L’articolo 30 stabilisce altresì che “la Bce ha il pieno diritto di detenere e gestire le riserve in valuta che le vengono trasferite e di utilizzarle per gli scopi indicati [nello] Statuto”. Inoltre, ai sensi dell’articolo 31 dello Statuto del Sebc, la Bce approva le operazioni aventi per oggetto attività di riserva in valuta che restano alle banche centrali nazionali dopo i trasferimenti di cui all’articolo 30, nonché le operazioni degli Stati membri aventi per oggetto le loro attività di riserva in valuta estera dei saldi operativi, eccedenti un determinato limite. La finalità di tale competenza è assicurare la coerenza con le politiche monetaria e del cambio dell’Unione”.

Lo scorso febbraio, il Vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva dichiarato che: “L’oro è di proprietà degli italiani, non di altri. Non ho studiato bene l’idea di usare l’oro per sterilizzare l’Iva, ma l’importante è che sia certificato che quell’oro è degli italiani”.

La risposta di Draghi rappresenta una ulteriore conferma che è urgente che il Parlamento italiano determini, con una legge, che le riserve auree, ovunque detenute, siano di proprietà del popolo italiano.

Fonte: huffingtonpost.it

Waigel: “Se l’Italia esce dall’Euro, la Germania crolla, e l’Italia vola!”

Theo Waigel è stato per dieci anni Ministro delle Finanze di Helmut Kohl. Il 21 giugno 2018 ha rilasciato un’intervista a T-Online. Questo è un frammento delle sue dichiarazioni.

Intervistatore: “I sondaggi sull’uscita dalla UE mostrano che se si chiedesse ai francesi e ad altri, vincerebbe chi vuole uscire, con uno scarto minimo. Secondo lei da dove viene questa disaffezione per l’UE?
Theo Waigel: “Al grado di sviluppo della globalizzazione e dei mercati aperti cui siamo arrivati – che non è più reversibile -, ci sono forze che si oppongono, sostenendo la necessità di ritornare ai confini e alle regolamentazioni nazionali, che prima funzionavano bene, per tornare ad appropriarsi delle proprie capacità decisionali“.
Intervistatore: “E cosa gli si può rispondere?
Theo Waigel: Gli si può rispondere in modo del tutto chiaro quali svantaggi ne scaturirebbero. Se la Germania oggi uscisse dall’unione monetaria, allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% e il 30% del marco tedesco – che tornerebbe nuovamente in circolazione -. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, o per il nostro bilancio federale“.
L’euro conviene alla Germania, ecco perché ci restiamo dentro. Va da sè che se il marco diventasse sconveniente, la lira diventerebbe conveniente per i mercati, per gli investitori e per i consumatori. Queste cose i commentatori nazionali non ve lo dicono. Queste notizie ai telegiornali non passano. Per chi lavora la stampa italiana? Per chi lavora la politica italiana? Per l’Italia o per Berlino? Se lavorasse per gli italiani, interviste come queste sarebbero in prima pagina su tutti i quotidiani, in luogo dello spettro dell’inflazione, e la gente inizierebbe a trarne le conclusioni.
In Germania, invece, non si fanno problemi a dirlo con chiarezza. Anche perché hanno interessi opposti. Ci fu anche un pezzo dello Spiegel Onlineche io riportai puntualmente sul blog, datato 13 giugno 2012 (ben 4 anni fa), che lo disse con altrettanta chiarezza:
« Con un’uscita dall’Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti Target 2 intraeuropei.
E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda.
Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro. »

Stiglitz: “Italexit? Se Roma esce è una tragedia per Ue, se resta è tragedia in Italia. Berlino si svegli”

“E’ l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese. Ma, d’altra parte, l’Italia deve stare con gli occhi aperti…”. Shock. Qui non è Luigi Di Maio che parla o Matteo Salvini o qualche sovranista arrabbiato con l’Unione Europea. Questo è il ragionamento che fa il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz. Lo incontriamo di primo mattino a Bruxelles, prima della presentazione del suo libro ‘Rewriting the rules of the European Economy’, scritto con la collaborazione di altri economisti e soprattutto con la Feps, la Fondazione per gli studi europei vicina ai socialisti. Come sempre, Stiglitz esce dal selciato praticato dai politici, benché stavolta ci sia proprio vicino: in mattinata presenta il libro con il Commissario europeo per gli Affari Economici Pierre Moscovici. Ma il premio Nobel, che l’anno scorso consigliò all’Italia addirittura di uscire dalla zona euro, continua a sorprendere. “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia…”, dice Stiglitz, libero com’è dalle appartenenze. Ossigeno.

E allora, gli parliamo del memorandum che il governo Conte sta per firmare con Pechino tra le polemiche partite da Washington e rimbalzate nelle Cancellerie europee. Stiglitz parte dalle prime ricette di austerity applicate alla Grecia nel 2010: “Alla Grecia furono promessi fondi e crescita. Non sono arrivati né gli uni, né gli altri. Quindi, siccome l’Europa non mette in campo fondi per crescere, un paese che è in stagnazione, recessione, depressione che deve fare? E’ l’Europa che sta costringendo l’Italia ad accettare il denaro cinese. Ma, d’altra parte, l’Italia deve stare con gli occhi aperti, individuare i rischi di una trattativa coi cinesi. Alle spalle abbiamo già degli esempi drammatici: lo Sri Lanka e la Malaysia, dove l’aiuto cinese diede luogo a fenomeni di profonda corruzione. Ecco, speriamo che l’Italia abbia imparato da queste lezioni e concordi per bene con Pechino i termini di tutto l’accordo. Roma deve trattare con attenzione”.

A pochi mesi dalle europee, Stiglitz sforna questo testo che chiede all’Europa di darsi una mossa, di riformare l’eurozona, di farlo “interpretando i trattati, capisco che è complicato cambiarli – dice – ma si possono interpretare diversamente, è possibile”. Anche perché l’Ue è fuori tempo massimo. Si prenda il caso dell’Italexit. Sì, perché Stiglitz non lo considera escluso: per lui è ancora un caso, seppure ipotetico. L’anno scorso aveva suggerito all’Italia di lasciare l’eurozona, oggi resta della stessa idea se le cose non dovessero cambiare nell’Unione.

Anche qui, il Nobel parte dal caso greco. “L’Europa – dice – non vive una condizione molto differente dal 2015, quando si parlava di Grexit. Ma la Grecia è un piccolo paese, se avesse lasciato l’Europa ci sarebbe stato dello scontento, ma l’Ue avrebbe potuto gestire l’addio di Atene. Non è successo. Ma il punto è che questo problema è stato sottovalutato. E se sottovaluti i problemi, si ripresentano come un cancro. E’ ciò che stiamo vedendo in Italia oggi. Un’Italexit scuoterebbe l’Ue alle fondamenta. Per questo, ora la domanda è: quando l’Europa e in modo particolare la Germania si sveglieranno e si renderanno conto che hanno davanti una questione esistenziale per l’Eurozona e per l’Ue?”.

Quando? “Molto dipende dagli eventi economici e dall’emergere di determinati politici”, da Donald Trump al governo populista in Italia. L’americano Stiglitz torna indietro al 2012 quando scrisse il libro ‘Il prezzo della disuguaglianza’. “Allora scrissi che se l’America non fa niente per risolvere le disuguaglianze, spunteranno dei demagoghi e ne approfitteranno. Certo, non ho anticipato l’avvento di un politico così negativo come Trump – ride – ma che sarebbero arrivati dei demagoghi era prevedibile”. L’Europa è in tempo per salvarsi? “Se l’Italia lasciasse l’Ue, provocherebbe una tragedia. Ma se l’Italia resta nell’Ue con le attuali regole allora la tragedia avviene in casa: in Italia, recessione. Quindi, la mia speranza è che il resto d’Europa e in particolare la Germania si sveglino e dicano: ‘Lo vediamo dove va questo treno e vogliamo fermarlo'”.

E’ urgente, perché il treno corre a velocità folle verso il precipizio. “L’euro – continua Stiglitz – è nato come un’ideologia fondata su una dimensione puramente economica, sui tassi di interesse. Ma fare in modo che ci sia anche della solidarietà dentro, significa assicurarsi che l’euro funzioni. Ed è questa la mia critica: è necessario andare oltre l’auspicio che l’euro funzioni, devi creare le istituzioni per fare in modo che funzioni. C’è stata troppa fiducia nel fatto che la semplice esistenza di una moneta unica avrebbe funzionato. Ecco non ha funzionato. E questo ha portato la gente ad allontanarsi invece che convergere”.

Si veda la Brexit, argomento del consiglio europeo che inizia oggi a Bruxelles, tema ancora intrappolato in nodi che nessun sembra saper sciogliere. “La Brexit è lo specchio dei fallimenti dell’Europa e dell’Eurozona – dice Stiglitz – Se ci fosse stata prosperità nell’Eurozona, l’entusiasmo di essere parte di questo club sarebbe stato maggiore”. Ma ora che si fa? “La cosa che mi colpisce di più – risponde il Nobel – è che all’epoca del referendum la questione irlandese era assente dal dibattito pubblico. Basti questo per rendere obbligatoria la via di un nuovo referendum. Non c’è niente di male. Nel frattempo la gente ha imparato a conoscere la complessità del problema. E’ come quando fai ricerca: parti dal problema A, poi ti accorgi che invece il problema è B e devi riconsiderare tutto. Ora penso che i britannici si siano resi conto che con la Brexit non gli arrivano i soldi che erano stati promessi: la propaganda dei Brexiteers prometteva denaro che sarebbe tornato al welfare britannico, il che è una bugia e si è capito. Quando ci rendiamo conto che le decisioni prese non stanno più in piedi, vale la pena riordinare le idee. Ecco perchè andrebbe indetto un nuovo referedum sulla Brexit”.

Parola di Stiglitz, sempre più convinto delle storture di questa globalizzazione, modello cui si è arrivati da “Reagan in poi” a partire dagli Usa, modello che, “dopo 40 anni si può dire: è fallito”, dice il premio Nobel, carico di consigli per un’Europa più sociale a due mesi dalle europee. “L’euro funziona solo se i paesi che lo usano sono simili. Ma in Europa non è così, ci sono regimi fiscali che si fanno la concorrenza all’interno della stessa Ue, i paesi si sono allontanati invece che avvicinarsi ed è successo proprio per colpa delle regole dell’euro. Vanno cambiate”.

Fonte: Huffington Post Articolo di A. Mauro del 21 marzo 2019 (qui)

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di liberarsi dell’euro

“Se Donald Trump vuole restituire all’America il suo ruolo egemone, se vuole ‘make America great again’, ma anche se non vuole, dovrà togliere di mezzo l’euro”, liberando l’Europa e il mondo dall’assurdo progetto di una moneta unica che ha dissepolto, senza che se ne sentisse il bisogno, la questione tedesca. E ha così provocato esattamente quello che avrebbe dovuto prevenire.
Il perché ce lo spiega su Goofynomics Alberto Bagnai, occasionalmente in inglese, ma con la chiarezza di sempre.

di Alberto Bagnai, 14 marzo 2017

traduzione di Natalia Milazzo

 

Settantuno anni fa, le potenze dell’Asse persero la seconda guerra mondiale, lasciando agli Stati Uniti l’arduo compito di gestire la vittoria e disegnare una nuova architettura globale. Gli Stati Uniti lo fecero creando istituzioni ambiziose, come il sistema di Bretton Woods e la Nato, e prestando il loro supporto al progetto di integrazione europea. Le istituzioni sono sempre caratterizzate da una notevole inerzia, che da una parte favorisce la stabilità, ma dall’altra ostacola il cambiamento, vitale per rispondere all’evolversi delle condizioni. Questo spiega sia il successo di molti progetti politici, sia il loro crollo finale. Lo stesso discorso si applica anche all’integrazione europea.

La Nato e l’integrazione europea avevano l’obiettivo strategico comune di creare un’alleanza compatta, in grado di opporsi a quella che era allora percepita come una minaccia reale: l’Unione sovietica. L’obiettivo fu centrato. La Nato (non l’Unione europea) garantì all’Europa almeno sessant’anni di pace, mentre l’integrazione economica ebbe un ruolo chiave nel promuovere la prosperità della regione che aveva dominato il mondo, l’Europa.

Poi qualcosa accadde. Il sistema sovietico crollò, e questo – tra le molte altre conseguenze – riportò sulla scena quella che era stata per secoli la causa principale di grandi sofferenze: la difficile relazione tra Francia e Germania. Il panico conseguente alla caduta del muro di Berlino spinse all’assurdo e irrealizzabile obiettivo di una unione politica europea. Per raggiungerlo, fu scelta la peggiore strada possibile, ovvero imporlo attraverso la creazione di una unione monetaria europea. Nessun processo politico non soltanto democratico, ma neppure sensato può essere messo in atto in un’area che non condivide né una lingua comune né una comune identità nazionale. Eppure, nonostante negli Stati Uniti diversi intellettuali di primo piano (da Feldstein a Krugman) lo avessero sconsigliato, per scongiurare il rischio di conflitti intraeuropei si ritenne necessario in Europa combinare un frettoloso matrimonio di convenienza tra Francia e Germania, che ebbe la moneta unica come anello nuziale. Se costruire una casa politica comune iniziando dal tetto dell’unione monetaria sia stato davvero un errore, è molto discusso. Come qualsiasi scelta che riguarda l’economia, l’euro ha avuto un effetto sulla distribuzione dei redditi, creando vittime e vincitori. Questi ultimi, ovviamente, tenderanno a non considerarlo un errore. Se però le opinioni su questo punto possono essere divergenti, sul fatto che l’euro sta crollando il consenso è unanime.

Il motivo del suo fallimento è lo stesso che diede il colpo di grazia agli accordi di Bretton Woods: entrambe le due istituzioni promuovono la nascita di squilibri esterni, anche se per ragioni diverse. Il peccato originale del sistema di Bretton Woods era stato l’adozione della valuta di uno stato come valuta mondiale. Il peccato originale dell’euro è stato l’adozione di una valuta senza stato come valuta regionale. Il loro difetto comune è la presenza di un tasso di cambio fisso, che impedisce l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti. Se, per qualsiasi motivo, questo meccanismo è bloccato, deve essere sostituito da qualcosa d’altro. La vita relativamente lunga del sistema di Bretton Woods era stata garantita dalla regolamentazione dei mercati finanziari e dalla capacità di visione del paese leader, gli Stati Uniti. Di entrambe le cose non c’è traccia in Eurozona, dove è promossa una libertà di movimento dei capitali senza restrizioni, in assenza di qualsivoglia autorità regionale di supervisione, e dove il leader regionale, la Germania, è con ogni evidenza ossessionato da una oltremodo miope smania di accrescere il più possibile il suo surplus esterno.

Questa Wille zur Macht sta oggi presentando il conto. La proposta di Keynes alla conferenza di Bretton Woods ci dà un quadro chiaro di quello che sta accadendo. Keynes aveva proposto di istituire una valuta sovranazionale per il commercio internazionale, il Bancor, emessa da una banca mondiale, che avrebbe fatto pagare un tasso di interesse sui saldi in Bancor sia negativi sia positivi. La ratio a sostegno di questa apparentemente ingiusta simmetria (perché obbligare un creditore a pagare un interesse, invece di riceverlo?) è che sia i debitori sia i creditori internazionali traggono beneficio dalla finanza internazionale: grazie ai crediti internazionali il primo può acquistare beni che in caso contrario non potrebbe permettersi, mentre il secondo può vendere beni che altrimenti resterebbero in magazzino. Proponendo una moneta in questo senso “deperibile”, studiata di proposito per non essere utile ad accumulare valuta, Keynes intendeva scoraggiare il mercantilismo, ovvero la tentazione di tesaurizzare i capitali internazionali invece di reinvestirli nell’economia mondiale, mitigando in questo modo gli effetti potenzialmente destabilizzanti dei tassi di cambio fissi. L’euro ha ottenuto l’effetto opposto. La sua rigidità ha incentivato il mercantilismo, sia spingendo a orientare il commercio a vantaggio dei paesi del nucleo centrale, la cui valuta in termini reali è sottovalutata, sia preservando il valore delle loro attività nette sull’estero.

Ma il presunto vincitore nella gara dell’euro, la Germania, si ritrova ora in un vicolo cieco. Se vuole mantenere in vita l’Eurozona, deve accettare le politiche monetarie estremamente espansive della BCE. Ironicamente, i tassi negativi di Keynes sono tornati sotto mentite spoglie, mettendo sotto pressione i sistemi bancari e pensionistici europei, specialmente in Germania. D’altra parte, una politica monetaria più restrittiva darebbe sollievo ai creditori, ma esattamente per lo stesso motivo provocherebbe il crollo istantaneo dei paesi debitori, rendendo loro ben difficile sostenere il debito. Qualsiasi illusione che un’espansione fiscale possa risolvere questo dilemma si scontra con il fatto che gli stati che hanno bisogno dello stimolo fiscale, cioè le nazioni dell’area europea periferica, sono esattamente gli stessi in cui un aumento dei redditi rilancerebbe il debito estero, tornando a incentivare gli squilibri che hanno provocato la crisi.

La Germania è riuscita a stravincere grazie a manipolazioni del Forex (come il Tesoro Usa ha recentemente riconosciuto), ma ora deve scegliere tra perdere tutto in un colpo (per il collasso dei suoi debitori) o perderlo a poco a poco (a causa di tassi di interesse nulli o negativi). Nel lungo periodo, le scelte economiche irrazionali non hanno vincitori: una cattiva economia non può generare una buona politica. Quello che avrebbe dovuto unire l’Europa oggi la sta lacerando. Il Regno Unito ha deciso di uscire e l’Europa continentale è di fronte a una scelta: o alzare il livello dello scontro o arrendersi all’egemonia della Germania. Gli Stati Uniti, come qualsiasi altro attore a livello globale, devono porsi di fronte a questa realtà: l’euro ha dissepolto senza motivo la questione tedesca, provocando esattamente ciò che avrebbe dovuto prevenire.

Se gli Stati Uniti decidono che a loro conviene avere a che fare con un’Europa politicamente divisa, economicamente a pezzi e socialmente instabile, allora sostenere l’euro è per loro la scelta migliore. Dopotutto, il principio divide et impera (dividi e comanda) ha assicurato a un impero precedente circa cinque secoli di esistenza. Se invece gli Stati Uniti ritengono che un’Europa in buona salute dal punto di vista politico ed economico possa essere un alleato chiave sullo scenario globale, allora dovrebbero promuovere uno smantellamento controllato dell’euro. Disfare l’euro non sarà privo di costi, ma saranno costi comunque inferiori a quelli che comporta l’alternativa, ovvero una stagnazione protratta dell’economia europea e quindi mondiale, oltre al rischio crescente di una grave crisi finanziaria. La stagnazione secolare e i tassi di interesse nulli non sono legati a qualche remota congiunzione astrale: al contrario, riflettono in gran parte le conseguenze sull’economia globale dell’uso di regole europee sbagliate per gestire gli enormi squilibri creati da istituzioni europee viziate in partenza. Benché l’Europa sia in declino, è tuttavia ancora troppo grande per crollare senza provocare enormi problemi all’economia mondiale.

Per quanto capitale politico vi sia stato investito, l’euro è destinato a saltare, come i massimi economisti negli Stati Uniti hanno previsto. La causa più probabile sarà un collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà con sé quello tedesco. È nell’interesse di qualsiasi potere politico, certamente dei vacillanti leader europei, ma probabilmente anche degli Stati Uniti, gestire – piuttosto che subire – questa conclusione.

Fonte: vocidallestero.it 14 marzo 2017